Rifiuti velenosi smaltiti in manufatti in cemento utilizzati nei lavori per le costruzioni edili, strade, ponti e dighe

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“Rifiuti pericolosi di origine industriale smaltite illegalmente per decenni e impastati insieme agli inerti nel cemento per la costruzione di manufatti edili in genere, per la realizzazione di massi di calcestruzzo per dighe, ponti, strade, piazze, muri di cinta, opere pubbliche e anche in banchine delle civili abitazioni”. A parlare è un vecchio capo cantiere edile che racconta gli avvenimenti da lui vissuti per il suo lavoro in diverse imprese edile in tanti anni. “Metalli pericolosi, ceneri di fertilizzanti, pirite, amianto triturato e fanghi di risulta, provenienti dalle fabbriche di concimanti, della chimica e dalla raffinazione, come nichel, vanadio, mercurio, cloro, soda, ammoniaca e tanto altro ancora, qualificate all’origine come pericolose e quindi smaltite nelle discariche autorizzate, invece erano mescolatecon altre polveri residui di risulta delle industrie non solo del petrolchimico siracusano, ma anche proveniente da altre parti, che finivano nelle centrali di betonaggio per la lavorazione del cemento per la produzione del calcestruzzo, che nonostante contenessero veleni venivano utilizzate per la produzione dei manufatti edili o smaltire direttamente in mare, oppure nelle discariche abusive, come le vecchie cave di pietra disseminate nei dintorni delle zona industriale siracusana”. Rammaricato e dispiaciuto, è il vecchio e malato 80enne “zio Paolo” a raccontare lentamente la sintesi di un sospetto che da oltre mezzo secolo è stato il cruccio e la domanda di una collettività massacrata dall’avvelenamento selvaggio del territorio industriale, dove gli interessi di pochi hanno distrutto la vita di tanti. Molto timido, non vuole, ovviamente, svelare il suo vero nome; si è fidato dalla mia parola. In lacrime ci saluta seduto nella sedia della veranda della sua casa con lo sfondo delle sinistre ciminiere del petrolchimico.

A riaprire la vecchia ferita dello smaltimento illegale dei rifiuti pericolosi industriali nei terreni e nelle aree urbane, così come nelle discariche, nel mare, nella falda acquifera e i gas nell’aria, è stato il ritrovamento accidentale nella piazza Bellini di Priolo di una quantità di metallo pesante ritrovato nel sottosuolo e sospettato di essere pericoloso mercurio e di cui le analisi sono già in corso.

Evitando di smaltire quei veleni le industrie e le aziende addette allo smaltimento dei rifiuti, tossici e nocivi, di provenienza industriale per anni hanno registrato un illecito profitto per milioni di euro, avvelenando l’ambiente in maniera irreversibile.

Non si può non ricordare il brutto passato. È una delle condizioni base che i pm della Procura di Siracusa scoprirono nelle indagini sull’inchiesta denominata Mare Rosso, facendo venire a galla un sistema d’inquinamento selvaggio delle industrie più dirompenti in Italia; fu un impegno davvero notevole per gli inquirenti della Procura di Siracusa e gli investigatori della guardia di finanza che condussero le indagini. E tutto questo, come dirà a caldo nella conferenza stampa il procuratore capo di allora, Roberto Campisi: “…con grande disprezzo della vita umana nello smaltimento dei rifiuti con tanta arroganza e un’inaccettabile logica”.
Era il mese di gennaio dell’anno 2003 quando scattò quell’operazione,definita una delle più clamorose di mezza Europa, nel triangolo industriale di Priolo, Augusta, Melilli, denominata e portata a termine dagli uomini della Guardia di finanza al comando dell’allora il colonello Giovanni Monterosso, coordinata dal procuratore capo della Repubblica di Siracusa del tempo Roberto Campisi e condotta dal pm Maurizio Musco. Furono arrestate diciassette persone tra dirigenti e dipendenti dello stabilimento ex Enichem, ora Syndial, tra i quali il precedente e l’allora direttore, l’ex vicedirettore e i responsabili di numerosi settori aziendali, insieme a un funzionario della Provincia regionale di Siracusa preposto al controllo della gestione dei rifiuti speciali prodotti nell’area industriale.
Il principale capo d’imputazione contestato agli accusati dalla Procura della Repubblica di Siracusa è stato il delitto ambientale previsto dall’articolo 53 bis del Decreto Ronchi, oggi art. 260 del Codice ambientale, per aver costituito una “associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito d’ingenti quantità di rifiuti pericolosi contenenti mercurio”. Secondo l’accusa il mercurio scaricato nei tombini delle condotte di raccolta delle acque piovane e da lì finiva in mare. Un’altra via per liberarsi illegalmente dei rifiuti, secondo gli inquirenti, era quella della falsa classificazione e dei falsi certificati di analisi: in questo caso lo smaltimento avveniva in discariche autorizzate, ma non idonee a raccogliere quel genere di rifiuti, oppure in terreni privati; ma si scopre ora anche impastati nel cemento. L’indagine è stata resa possibile grazie anche alle intercettazioni telefoniche e ambientali compiute anche nei locali all’interno del petrolchimico. Dopo il sequestro giudiziario e un lungo fermo l’impianto Cloro Soda ripartì con una sola delle tre linee per essere poi fermato definitivamente nel novembre 2005: troppo inquinante.
Si scopre a carico della Montedison, proprietaria dell’impianto di Cloro Soda a leggere alcuni documenti segreti ritrovati all’interno degli archivi della stessa società tra Milano e Priolo, dal 1958 al 1980 avrebbe scaricato in mare oltre 500 tonnellate di mercurio (ma forse erano 500 mila tonnellate e più). La scoperta bastò a far decadere, quini a derubricare il reato originale di strage colposa, buona parte delle accuse all’Enichem dell’indagine denominata “Mare Rosso”, in particolare l’associazione per delinquere, l’avvelenamento doloso del mare e del pesce, le lesioni personali per le malformazioni neonatali. Restava solo il reato di traffico illecito dei rifiuti.

Il colpo di scena inaspettato: i vertici dell’Enichem, forse sotto la pressione giudiziaria, nonostante fosse caduta l’accusa delle lesioni per le malformazioni, decise di corrispondere alle 101 famiglie dei bambini malformati e donne che avevano preferito abortire prima della nascita di un figlio destinato a nascere malformato, un rimborso variabile in base alla gravità della malformazione, tra i quindici mila e un milione di euro, per un totale di 11 milioni di euro. Un caso unico, dove una società gravemente accusata, poi prosciolta, decide di risarcire le vittime di un inquinamento. Ma secondo qualcuno nelle tematiche legate al caso Enichem-mercurio si troverebbero i primi semi di alcuni fatti sfociati nel Palazzo di Giustizia di Siracusa e che portarono alla fine al filone “Veleni in Procura”.
La giustizia penale non fu la sola a occuparsi del triangolo petrolchimicoPriolo, Melilli, Augusta. Già la legge 426/98, prima delle varie inchieste aveva dichiarato la rada di Augusta e il territorio del Petrolchimico siracusano “Sito d’interesse nazionale ai fini di bonifica” (SIN Priolo). Restava da capire, però, a chi spettava sborsare i costi necessari per bonificare il territorio e il mare di tutta quell’enorme quantità di veleni. Malformazioni a parte; infatti, l’inquinamento rimane e tutte le società del petrolchimico siracusano vi hanno contribuito in mezzo secolo d’industrializzazione selvaggia. Lo Stato voleva fargli pagare il conto salato, ma ha trovato un’opposizione dura e basata sul principio: poiché non è chiaro quanto ogni società ha inquinato, non si può stabilire in che modo spartire gli oneri della bonifica e buonanotte ai suonatori. L’allora Ministro per l’Ambiente, la siracusana Stefania Prestigiacomo, aveva trovato un’altra soluzione pur di fare le bonifiche. Siccome hanno inquinato tutti, paghino tutti i danni. Cioè una buona parte lo Stato e la rimanente somma le industrie, mettendo a disposizione nell’ottobre 2008, la somma 770 milioni di euro di denaro pubblico. La richiesta di pronunciamento della Corte di Giustizia europea, fatta dal Tar Sicilia in merito ai ricorsi di Erg Raffinerie Mediterranee, Eni/Polimeri Europa ed Eni/Syndial, analoghi a quelli fatti prima di Dow e Sasol, è precedente alla decisione del Ministero di far pagare la spesa sia alle industrie, sia ala collettività, quindi non fu presa in considerazione e ancora una volta buonanotte ai suonatori.
C’è da chiedersi se mai le bonifiche si faranno visto che c’è un nuovo problema. Chi tira fuori i soldi; quindi non è detto che si possano fare anche con i finanziamenti aperti da parte dell’Europa. Il dubbio sarebbe stato insinuato dalle stesse società che in origine avrebbero dovuto pagare per ripulire il fondale della Rada di Augusta. La risposta, con questi lustri di luna, è simile a quella scritta nelle cartelle dei condannati all’ergastolo alla voce fine pena: mai.
Il problema, dicono i giudici amministrativi, è che sul fondo c’è tanto di quel mercurio che se si prova a rimuoverlo, si rischia di rimetterlo in circolo e spargerlo ancora di più a causa delle correnti. Fu questa la motivazione tecnica giuridica dei magistrati del Tar chiamati in causa. La soluzione, secondo questa teoria, sarebbe più deleteria del male stesso. La cosa molto interessante, che si creda, oppure no, l’ipotesi del rimescolamento, è che il Tar ci ha creduto davvero; nella sentenza 1254 del 20 luglio 2007 si legge che la tipologia e le modalità degli interventi come imposti dal Ministero, sarebbero affidate a tecniche non efficienti, non efficaci e/o comunque irrealizzabili e come tali anche pericolosi per l’ambiente e per la salute umana. Ma non è proprio così. Peccato che il progetto del Rigassificatore nell’ambito della rada di Augusta non sia andato in porto; sarebbe stato un modo per scoprire, durante il necessario dragaggio per realizzarlo, in quella parte della Rada di Augusta dove sono ancora depositati i veleni nei fondali marini di quello specchio di mare dall’apparenza pulita, dove giace invece una montagna di veleni che sarebbero venuti a galla, e far capire così a tutti la vera portata del danno che hanno provocato le industrie in più di mezzo secolo d’inquinamento selvaggio, di traccheggi politici e di giochetti giudiziari in danno alla vita umana, alla flora, alla fauna e all’Ambiente in generale. Intanto, in fondo al mare dentro e fuori la rada di Augusta, ci sono giacenti oltre 100 milioni di metri cubi di veleni; da aggiungere almeno due miliardi di rifiuti a terra nelle discariche abusive e autorizzate, compreso l’amianto.

L’ultima beffa registrata, l’annuncio delle istituzioni e la notifica alle imprese per messa in sicurezza di alcuni vecchi siti adibiti a discarica nella zona industriale, malgrado l’affissione dei cartelli nei cancelli d’entrata dell’inizio dei lavori, il percolato continua a scorrere verso il mare quando piove e dei lavori di adeguamento e della messa in sicurezza non c’è traccia, con la disperazione degli abitanti della zona, vittime innocenti di un sistema che avvelena la popolazione al solo fine di lucrare, senza rispetto per la vita in generale e l’ambiente, mentre e istituzioni della Stato libero e democratico italiano è perennemente assente.

Concetto Alota

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