Cronca – Siracusa, inquinamento: la Procura sequestra due impianti di ammendanti mentre si avvicinano le decisione del Gip su inchiesta “No Fly”

L’intervento – a cura di Concetto Alota

Viviamo in un’epoca che nega la verità incontrovertibile, in cui ognuno lascia una traccia della propria esistenza. Le industrie inquinano e i cittadini subiscono; e questo per mera condizione economica-sociale. I cittadini vivono tra le condizioni dettate dalle lobby della chimica e della raffinazione e della politica che cambia al mutare della convenienza personale o di gruppo di appartenenza.

E ancora una volta che si scopre il gioco sinistro contro i cittadini, il popolo sovrano, da parte delle industrie e gli intrallazzi degli speculatori senza scrupoli, con i dollari al posto del cuore.

La Procura di Siracusa ha proceduto nei giorni scorsi al sequestro di due impianti di produzione di ammendanti (fanghi), situati nel territorio di Melilli e Augusta; si tratta di prodotti utilizzati in agricoltura per il miglioramento delle caratteristiche dei terreni agricoli. Indagine condotta dal sostituto procuratore Tommaso Pagano e coordinata da procuratore aggiunto Fabio Scavone e dal procuratore Sabrina Gambino.

Attività investigativa che prende il via a seguito di una serie di segnalazioni di privato cittadini e da associazioni ambientaliste, riguardanti forti odori molesti con esalazioni nauseabonde e la presenza anomala di migliaia di mosche nelle zone limitrofe ai terreni di alcune aziende agricole in contrada Isola e Cavadonna che utilizzavano, per fini, agronomici, l’ammendante prodotto dagli impianti sequestrati. I corrispondenti reati sono stati contestati ai legali rappresentanti delle società titolari degli stabilimenti incriminati per i reati previsti dal Testo Unico dell’Ambiente e dal codice penale.

Per la Procura i fanghi sotto accusa utilizzati per la produzione dell’ammendante, erano provenienti da impianti di depurazione dei reflui industriali e urbani, così come da industrie agroalimentari, non trattati in maniera corretta e conforme alle norme di legge che regolano la materia.

Le attività investigative affidate al personale del Nictas presso la Procura di Siracusa, ispezioni, campionamenti, acquisizioni di fatture e documenti, informazioni, accertamenti tecnici, ha contribuito personale del Libero Consorzio.

Ma a volte dalla Giustizia arrivano buone notizia per i cittadini residenti nei comuni industriali, ormai disperati perché colpiti da decenni da puzza e miasmi giorno e notte con turni regolari avvicendati, in base a come spirano i venti. Le notizie sopra riportate si legano con la chiusura dell’indagine del troncone dell’inchiesta denominata “No Fly”, in cui la Procura di Siracusa ha messo una pietra miliare sulla lotta all’inquinamento selvaggio. L’avviso di conclusione indagine nei confronti di quattro aziende dell’area del petrolchimico siracusano e diciotto fra dirigenti e funzionari delle stesse imprese, chiude il cerchio su un periodo nero fatto di tergiversi e connubi e di cui negli ambienti giudiziari si vocifera a bassa voce di possibili provvedimenti grevi.

Questa volta l’atto deciso della Procura appare come un risoluto atto di forza al contrasto all’inquinamento nel territorio martoriato da decenni del petrolchimico siracusano. Tutto si formalizza con l’inchiesta denominata ”No Fly”. L’accusa iniziale è quella d’inquinamento ambientale in concorso. I dati di analisi raccolti da consulenti e tecnici hanno, nella buona sostanza, rilevato “concentrazioni stabilmente elevate delle sostanze” prese in considerazione dalle misurazioni effettuati presso le centraline di rilevamento; “ripetuti eventi di picchi di l’elevata concentrazione d’inquinanti”, la mancata utilizzazione delle “migliori tecniche disponibili” da parte dei responsabili degli stabilimenti. In sintesi, gli stessi consulenti tecnici hanno altresì evidenziato di avere raccolto elementi che “inducono a ritenere che la qualità dell’aria nel territorio interessato si sia fortemente degradata”, rilevando come “nei comuni di Priolo Gargallo, Augusta e in parte Melilli si registra una qualità dell’aria nettamente inferiore a quella degli altri Comuni della provincia, avuto riguardo ai vari inquinanti presi in considerazione”.

Scrivono i magistrati: “(…) un contributo rilevante al deterioramento significativo e misurabile della matrice “aria” nella porzione di territorio dei Comuni della Provincia di Siracusa già definita ad elevato rischio ambientale e, in buona parte, qualificata come Sito di Interesse Nazionale in relazione a detto rischio ambientale con Decreto del Ministero dell’Ambiente 19/01/2000, pubblicato in G.U. il 23/02/2000 (Istituzione Sin Priolo Gargallo). Con l’aggravante di aver commesso il fatto nonostante la previsione dell’evento. Fatti commessi in Priolo, Melilli, Augusta e Siracusa, dal momento delle rispettive nomine in avanti, condotta in corso, ricadute su vasta area”.

La ripresa delle indagini dopo una breve pausa dettata dall’epidemia da Covid-19 lasciava sperare i necessari chiarimenti sulla grave situazione che ormai è diventata improcrastinabile. La puzza e i miasmi si sono addirittura aggravati e la situazione appare fuori controllo, con l’angoscia della popolazione residente costretta a vivere tra miasmi, fumi e bolle di gas velenosi in libertà. Filone delicato a cui hanno lavorato gli investigatori della Guardia di finanza, il Nictas, l’Arpa e i consulenti della Procura di Siracusa; gli investigatori hanno fatto la spola tra gli impianti delle industrie sotto inchiesta e i depuratori, compreso quello consortile di Priolo, gestito dall’Ias in cui le visite degli investigatori sono state davvero copiose, con acquisizione, non solo nella sede dello stabilimento di Priolo, con atti irripetibili, prelievi e foto. Una corposa documentazione è stata riversata dalla Procura sui tavoli dell’Ufficio del Gip in attesa delle decisioni.

I nuovi riscontri investigativi appurati, si baserebbero su alcune logiche deduzioni o di probabili delatori scaturiti in una sorta di scatole cinesi in cui ci sarebbero per alcune società, le attività e le adunanze dei consigli di amministrazione, a partire dagli ultimi 5/6 anni, oltre al possibile inquinamento, smaltimento dei rifiuti, dei fanghi, del percolato, la manutenzione e l’appalto dei lavori. Acquisiti dagli inquirenti deliberazioni, verbali e nomine da comparare con la tempistica per stabilire eventuali responsabilità in ordine ai fatti sottoposti dagli inquirenti ad approfondimenti.

E ancora, le attenzioni verso le sostanze utilizzate in tali cicli o aggiunte ai prodotti finali e infine alle sostanze di scarto raccolte come rifiuti o emesse nell’ambiente, compreso i reflui industriali e fognari trattati nei depuratori, scarti bruciati e scaricati in torcia.

L’accusa all’inizio era d’inquinamento ambientale in concorso, ma per alcune società, le indagini si sarebbero allargate, oltre all’inquinamento dell’ambiente, anche alle tematiche dell’appalto dei lavori e alla possibile ritardata manutenzione degli impianti fino al possibile deperimento e cattivo funzionamento.

Il procuratore capo Sabrina Gambini, il procuratore aggiunto Fabio Scavone e i pubblici ministeri Tommaso Pagano e Salvatore Grillo hanno chiuso così il cerchio delle indagini sull’emissione delle sostanze odorigene nell’atmosfera ritenendo confermata l’ipotesi che le imprese abbiano omesso di adattare gli impianti alle prestazioni attendibili in base alle migliori tecniche disponibili e di attuare le misure tecniche necessarie per contenere le emissioni, provocando lo sversamento nell’aria di quantitativi di sostanze inquinanti connotate da odore molesto.

Le accuse a vario titolo sono di “avere omesso di adoperarsi per la copertura le superfici delle vasche di trattamento delle acque reflue oleose ancora scoperte; la mancata manutenzione e sostituzione delle coperture dei serbatoi per lo stoccaggio; la mancata captazione dei vapori emessi nelle operazioni di carico e scarico dei prodotti petroliferi”. Ciò avrebbe comportato “concentrazioni significative” di idrocarburi aromatici, tra i quali il benzene con picchi anche di oltre 500 microgrammi per metro cubo a fronte di un limite medio annuo di 5 microgrammi; di non avere osservato le prescrizioni dell’Aia, autorizzazione integrata ambientale, con riferimento “ai valori limite di emissione in relazione ai parametri relativi alla concentrazione delle sostanze inquinanti” i cui parametri sarebbero stati superati in diverse ciminiere contribuendo al “deterioramento significativo” dell’aria. Non si sarebbero adoperati “per il completamento delle soluzioni impiantistiche idonee a contenere la generazione di emissioni diffuse d’inquinanti e odorigene”.

La Procura di Siracusa, diretta dal procuratore capo Sabrina Gambino, intende accertare se gli impianti di raffinazione del petrolio e della depurazione dei reflui industriali e civili possano essere considerati fonti di esposizione da inquinanti ambientali, dannosi per la vita degli esseri umani. La domanda che si pongono gli inquirenti è se lavorazione del petrolio e dei suoi derivati possa comportare rischi per le persone che siano esposte agli effetti dei prodotti finali fuori controllo, gas combustibili, zolfo, Gpl, benzine, gasoli, oli, bitumi e altri prodotti intermedi nei vari cicli tecnologici e di distillazione, cracking, reforming. E ancora, alle sostanze utilizzate in tali cicli o aggiunte ai prodotti finali e infine alle sostanze di scarto raccolte come rifiuti o emesse nell’ambiente, compreso i reflui industriali e fognari trattati nei depuratori, scarti bruciati e scaricati in torcia.

Gli studi tossicologici sulle sostanze cui i lavoratori del settore possano essere stati esposti sono basati sia su sperimentazioni animali sia sui risultati di approfondimenti epidemiologici effettuati su operatori potenzialmente esposti a olio crudo e agli elementi volatili. Tutte queste sostanze sono giocoforza presenti negli impianti dell’Ias, così come negli altri depuratori della zona industriale, in cui sono convogliati i reflui della produzione industriale; una sorta di pozzo nero generale. Ed è su questo e altri aspetti che la Procura intende fare chiarezza.

I tre consulenti nominati dalla Procura a seguito di controlli e indagini sul campo avevano rilevato “un preoccupante divario tra le prescrizioni imposte dai documenti autorizzativi e le effettive condizioni di concreto esercizio degli impianti, risultati vetusti, privi di fondamentali accorgimenti per l’abbattimento delle emissioni diffuse nonché privi del previsto sistema di monitoraggio in continuo delle cosiddette emissioni convogliate”.

Si innesta all’orizzonte su alcuni degli indagati a più livelli, l’accusa di “culpa in vigilando”, espressione latina traducibile con “colpa nella vigilanza”, è, in diritto, la colpa conseguente alla mancata sorveglianza nei casi in cui quest’ultima rientri espressamente nei propri doveri di responsabilità oggettiva. Ma in alcuni casi dell’inchiesta No Fly e nel filone d’indagine ancora aperto, i diretti interessati avrebbero per iscritto e più volte richiesto, addirittura trascritto nei verbali delle adunanze dei vari consigli di amministrazione, ai tecnici incaricati alla conduzione degli impianti, lo stato dei sistemi produttivi e il possibile inquinamento, senza però ricevere quanto richiesto. Fatto che è stato scoperto anche dagli investigatori sulle carte acquisite. Si profila in questo caso, la differenziale condizione di forza. I pm titolari dell’inchiesta, sicuramente adopereranno i risvolti di siffatta condizione, per confermare quanto sostenuto dalle indagini. Insomma, una sorta di super testimoni, per confermare le colpe diffuse nel voler nascondere anche ai vertici delle aziende incriminate, l’inquinamento selvaggio, con l’assoluzione per i vertici aziendali.

È questo un dramma senza fine, carico di dolore, malati e morti a causa di brutte malattie e tumori. Succede all’interno dei luoghi di lavoro, in famiglia, negli spazi di aggregazione. Di solito si subisce con una forte sofferenza interna per paura di essere coinvolti ancor di più in situazioni poco edificanti. La sociologia pratica assume, oggi più che mai, gli aspetti di un fenomeno diffuso, ma con la dovuta riflessione della sintesi intrinseca nella falsa società in cui viviamo e di una politica incapace.

Tutto questo si svolge in un clima velenoso, amaro, avvilente a tratti misterioso in un bosco di alterazione e menzogne, con tanti giochi di potere e montagne di soldi sparsi in lungo e in largo per la Sicilia dei gattopardi. Infatti, niente cambia e tutto rimane avvolto dalla vecchia e poco salutare putrefazione della corruzione galoppante.

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