Pompei si conferma un modello scientifico internazionale. La conferenza “Pompei · 79 d.C. – Questioni di metodo e di narrazione storica”, organizzata da Archeoclub d’Italia insieme al Parco Archeologico di Pompei e ideata dall’archeologa Helga Di Giuseppe, ha aperto un ampio confronto tra studiosi e ricercatori.
Tra i contributi più rilevanti, quello dell’Università di Palermo, che ha portato nuove prove sull’impatto dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. nel Mar Tirreno.
Il paleoclimatologo Antonio Caruso, docente del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche, Chimiche e Farmaceutiche dell’Università di Palermo, ha illustrato i risultati delle ricerche condotte in collaborazione con l’Università di Napoli e il CNR.
Le campagne oceanografiche hanno permesso di recuperare carote di sedimento dal Tirreno, al largo della Calabria, a oltre 600 metri di profondità.
All’interno dei campioni è stato individuato uno strato di cenerite riconducibile all’eruzione del 79 d.C., confermato tramite datazioni radiometriche.
Secondo Caruso, la nube vulcanica fu trasportata dai venti verso sud-sud-est, depositandosi anche a centinaia di chilometri dal Vesuvio. Un fenomeno che dimostra come l’evento abbia inciso su tutto il bacino tirrenico.
