Fra libri, teatro e neuroscienze, a colloquio con Grazia Pulvirenti Puggel

Preannunci TVo subito un sentito ringraziamento alla prof.ssa Grazia Pulvirenti Puggelli, per aver accettato l’intervista – dialogica che avrei voluto svolgere in presenza, ma che per motivi tecnici si è svolta in videochiamata.
Per elencare integralmente il curriculum vitae di Grazia, impiegherei tempo e troppa carta stampata. Pertanto procedo per sintesi.
Grazia Pulvirenti è professore ordinario di letteratura tedesca presso il dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli studi di Catania. È direttore del gruppo di ricerca internazionale di studi neurocognitivi in ambito umanistico. È presidente della Fondazione Lamberto Puggelli. È critica letteraria e scrittrice.

Parlare con Grazia Pulvirenti Puggelli è come seguire un fiume in piena in tutte le anse sino allo sbocco del mare. Un carattere forte, determinato e risoluto che sa cosa fare anche nei momenti avversi della vita.
E la sua intraprendenza è contagiosa, giostrata sul bilanciamento tra congeniale affetto e severità interiore, con se stessa e gli altri.
Grazia è cresciuta in un clima familiare denso di stimoli e scambi dialettici tra cultura scientifica e letteraria: il padre è stato professore di matematica alla Università di Catania. L’indole verso l’orizzonte del libero pensiero ha fatto prevalere in lei, l’amore per le scienze umanistiche, sconfinando, successivamente nello studio delle neuroscienze. Insomma, un humus culturale, nel quale far germogliare una irrefrenabile e poliedrica creatività, e una intelligenza elaborata in arguzia e sagacia intellettuale nel parlare e nello scrivere, tanto da distinguersi nel panorama italiano e internazionale.
La conoscenza delle lingue straniere ha poi aperto le porte verso saperi trasversali multilaterali: la germanistica, la poesia, il teatro, la critica e persino l’allestimento teatrale.

Come prima cosa vorrei chiederle, chi è Grazia Pulvirenti Puggelli, prof.essa di letteratura tedesca?
Le lettere, l’intellettualità di cui si nutre, le consente di restare ancora con i piedi per terra, o la fa volare alto, lontano dalle cose pratiche della vita?

Oltre un ringraziamento per questa intervista, per la deliziosa e generosa descrizione, per il suo interessamento alla mia attività, anche se parlare di me mi imbarazza sempre, vorrei premettere che ho appena finito di preparare il “Pan d’arancia”, un dolce della tradizione siciliana, e che quando la frutta matura sugli alberi, la raccolgo, seleziono e trasformo in marmellata. Detto questo, ammetto di non avere un gran senso pratico, ma di impegnarmi sempre a colmare questa lacuna.
La sua prima domanda è troppo difficile. Lei sa chi è lei?

Considerando il suo brillante curriculum, mi aspettavo che lei, abbia risposto con una boutade: lei non sa chi sono io!
Dal momento che sarei io a porre le domande, ma pare stiamo invertendo i ruoli, le posso rispondere, che a questo quesito filosofico e millenario non sono ancora arrivato.
Nel tempio di Delfi c’era scritto: conosci te stesso
Poiché non sono ancora andato a consultare l’oracolo posso dirle soltanto che sono pieno di vizi, ma non riesco a metterli in pratica.

Mi piace il suo senso dell’ humor che argutamente sorride alla condizione umana.
Credo che nessuno di noi, chi almeno esercita il pensiero critico, lo sappia, solo a volte crede di capirlo, ma provvisoriamente, quindi spero di avere ancora parecchi anni per poterlo scoprire. Al momento sull’interrogativo su chi siamo, suggerirei la lettura dell’illuminante libro di Vittorio Gallese e Ugo Morelli dal titolo “Cosa significa essere umani” (Milano, Cortina, 2024). Lì si trovano molte valide risposte che possono diventare spunto di riflessione nel nostro continuo interrogarci su chi siamo.

Quale impatto emotivo ha avuto la scelta della germanistica nella sua formazione, e se c’è stato un autore in particolare che l’ha spinta in gioventù ad occuparsi di tale materia.

Ho iniziato a studiare la lingua tedesca poiché rimasi affascinata a sedici anni da una rappresentazione teatrale di un adattamento del “Cavaliere della Rosa” di Hugo von Hofmannsthal. La malinconia della Marescialla, la riflessione sulla caducità, l’evocazione della civiltà settecentesca da parte di un autore del Novecento mi incantarono. E per quegli strani cortocircuiti mentali dei giovani, decisi che volevo leggere quell’opera nella sua lingua originale. Così iniziai a studiare tedesco sebbene in realtà volessi dedicarmi alla Storia dell’arte. E, per una serie di strane coincidenze che, col senso del poi, interpreti come destino, mi ritrovai giovane germanista e mi recai all’Università di Vienna per approfondire il mio originario interesse per Hofmannsthal. Per dieci anni, fra completamento degli studi, dottorato e inizio della mia attività accademica, ho vissuto in quella città che è stata estremamente formativa, sia sul piano umano che professionale, dal momento che mi sono specializzata in Letteratura austriaca.

Più che un “cortocircuito” fu una grande opportunità, credo. Sono perfettamente d’accordo, conoscendo molto bene la realtà culturale viennese.
Poi visto che lei adora fare la marmellata con la frutta matura, credo che nel suo tempo libero si recasse all’Hotel Sacher, per una fetta di torta: quella studiata per soddisfare il palato del principe Metternich.
So che lei è una studiosa di Heinrich von Kleist, di cui si è occupata in un libro insieme alla collega Renata Gambino ma anche di autori come Goethe, Thomas Bernhard, Hugo von Hofmannsthal, tanto per citarne qualcuno, dell’area austro – tedesca.

I famosi versi della Marescialla nell’opera di Hofmannsthal recitano: “Il tempo è una cosa strana, passa senza che te ne accorga, ma poi, di colpo, non sentiamo altro che il tempo che passa”. E costituiscono forse il più raffinato e malinconico addio a quello che Zweig avrebbe definito anni dopo Il mondo di ieri. Attratta da questo sentimento della fine mi sono dedicata con diversi studi alla cultura austriaca del Novecento, crogiolo di modernità e tragedia, di esplosioni vitalistiche sul bordo del baratro. Poi i miei interessi si sono spostati al teatro del Settecento e da lì alla narrativa e poesia di quell’epoca e, adorando i contrasti e le ambiguità, mi sono concentrata di recente sulla scrittura tormentata e segnata dalla polisemia e plurivocità di significati di Heinrich von Kleist, autore che trovo abissale, detestato da quel Goethe, dal quale, egli tanto tentò di farsi amare.

Che rapporto c’è tra letteratura e neuroscienze, ambito nel quale lei ha condotto diversi studi e tenuto conferenze in Italia e all’estero?

Un tempo non esistevano barriere fra pensiero umanistico e scientifico. Non solo ciò vale per il mondo antico, ma anche per il Settecento, come ci hanno insegnato gli enciclopedisti francesi e i romantici tedeschi, primo fra tutti Novalis. Ciascun ambito di studio, di creazione e riflessione concorreva all’indagine sui misteri della natura umana. Questa prospettiva transdisciplinare sta fortunatemente riprendendo vigore e lo studio delle arti, della letteratura e della scienza è sempre più caratterizzato dalla indagine sulla mente umana e soprattutto sul suo potenziale creativo di mutare, cambiare, inventare un possibile nuovo orizzonte di senso.

Lei è anche una scrittrice. Il suo romanzo: Non dipingere i miei occhi:
Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani, ha avuto una certa risonanza al Premio Strega 2021.
Nel romanzo, lei miscela fantasia e storia di questa artista poco conosciuta che, grazie al suo romanzo, è stata sottratta all’oblio. Lei ha restituito al personaggio la giusta caratura artistica che merita, in quanto eccellente pittrice dalla triste vicenda umana, conclusa col gesto estremo del suicidio. Vuole parlare di questo intreccio: c’è più fantasia o più concentrazione sulle fonti documentali?

Non saprei. Lei cosa ha avvertito come lettore?

Io leggendo il romanzo, tutto d’un fiato, non mi sono posto il problema, essendomi immedesimato nell’intrigante tessuto narrativo. L’importante è la
ri – invenzione del mito. È entrare nel vortice e nel -patòs_ della vicenda umana che conta, che trasuda di voci, colori, ma anche di rivendicazione e orgoglio di donna pittrice. L’attitudine allo svisceramento psicologico mi ha interessato di più. Stiamo parlando di una figura storica realmente esistita.
Nel ricamo narratologico sta la cifra dello scrittore. Se c’è invenzione tramatologica è un plusvalore e non un posticcio. Altrimenti si parlerebbe di saggio.
E lei penso ci sia riuscito benissimo.
Jeanne nel romanzo straripa di carne, di propensione verso l’abisso, attraverso il pericoloso vortice dell’amore.
Ed è proprio in quel momento, che dalla sua penna ne esce una figura iconica.
Trattasi di un mito maledetto, ma sempre di un mito si tratta, con lo sguardo verso il riscatto morale del personaggio.

Quello che mi interessava era far emergere quella che lei ha giustamente definito la “caratura” artistica di questa donna. Ovvero il suo essere stata non solo la musa e la devota compagna di un grande artista come Modigliani, ma ella stessa una valida pittrice, con un suo mondo interiore, una sua ricerca di senso, di amore, di redenzione della sofferenza. Quindi sono partita dallo studio delle fonti, all’epoca difficile, poiché le opere di Jeanne non erano documentate in toto, per riguadagnare dal loro studio la visione del mondo che esse contengono. A partire da questa visione, ho inventato il personaggio, la sua singolarità, la sua voce, tentando di porre la dimensione psicologica e umana al centro. In fondo Jeanne era una ragazza, piena di sogni e desideri, di ambizioni e follia.

Ci ho visto chiaro, allora.
Lei è stata per tanti anni la Musa (se questo termine lo considera nell’accezione più aulica e meno femminista) e compagna di uno dei più importanti registi italiani: Lamberto Puggelli sino alla sua morte nel 2013. Un regista di grande spessore che si è imposto in importanti teatri come il Piccolo e la Scala.
Che cosa le ha lasciato la sua eredità umana ed artistica? Come è stato vivere con lui? Ritiene che i registi italiani siano ormai lontani dalla lezione critica di personaggi come Strehler, Visconti, il suo Puggelli?

I miei sedici anni con Lamberto sono stati un’insolita esaltante avventura, fatta di complicità e condivisione di arte, studio, bellezza. E anche di passioni, amicizie, impegno sociale ed etico. Lamberto mi ha insegnato la ricerca del bello, l’ostinazione nel perseguirla, la modestia nella consapevolezza della sua irraggiungibilità.
Mi ha lasciato tanto, tantissimo, come a tutte coloro e tutti coloro che lo hanno conosciuto. Mi piace ricordare di lui non tanto l’artista, che tutti conoscono, ma la sua natura etica, il suo ostinato credere e perseguire la triade di bello, vero e giusto. Un’eredità difficile da mettere in atto nei nostri tristi tempi.
Alla seconda domanda preferisco risponda lei, che è attore, musicista e fine critico.

Non mi ritengo tale, io gioco d’istinto, di passione, per quanto abbia studiato abbastanza tali discipline. Avrei glissato volentieri a questa seconda domanda. Ma visto che ormai non trattasi di una vera intervista ma di un dialogo, è d’uopo rispondere.
Io credo che la regia moderna abbia bisogno di guardare un po’ più al passato e di una ricognizione storica, che va restituita tuttavia con il linguaggio moderno, tecnico e scenico, di cui ha a disposizione. Noto troppa eccentricità, troppe banali soluzioni registiche.
Tanto per usare una espressione famosa di Carlo Verdone: famolo strano. E con questo chiudo il discorso.
Non voglio fare il dissacratore e di tutta un’erba un fascio, ma la tendenza è questa.

Quali sono le finalità e i progetti della Fondazione Puggelli di cui lei è presidente?

Portare avanti il credo di Lamberto in un teatro d’arte per tutti, accessibile a un pubblico non elitario, ma costituito da ogni sfera sociale, senza necessarie conoscenze preliminari. Per 10 anni, insieme al Maestro Riccardo Insolia, alla Professoressa Renata Gambino e molti altri impareggiabili professionisti, abbiamo dato vita a un’esperienza straordinaria, il Teatro Machiavelli a Catania, un hub culturale, teatrale, formativo, di integrazione sociale, aperto ogni giorno fino a notte, un luogo di cultura nel senso più alto e visionario del termine. Poi ci hanno tolto il teatro e adesso lavoriamo in una prospettiva internazionale, con collaborazioni all’estero, quali il progetto Empact, finanziato della comunità europea, per riscoprire i valori dell’empatia come base non solo della pratica artistica, ma anche sociale.

Visto il successo del sopracitato romanzo, ha intenzione in futuro di dedicarsi alla narrativa, oppure intende dedicarsi alla critica letteraria e teatrale?

Entrambe, vorrei solo avere giornate di 48 ore per perseguire curiosità e invenzione.

La ringrazio tanto per essersi resa partecipe a questa conversazione che spero abbia contribuito a conoscere, forse un po’ più se stessa, ma anche al numeroso pubblico che la segue con affetto e partecipazione. Fra questi, conti anche quella del sottoscritto.
Grazie.

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By Redazione

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