Negli ultimi anni, la presenza delle testate giornalistiche sui social media è diventata parte integrante della loro strategia di comunicazione. La visibilità online è ormai un parametro di successo, spesso utilizzato per attrarre lettori, inserzionisti e collaborazioni. Tuttavia, dietro i numeri che mostrano migliaia di follower, si nasconde talvolta una realtà meno trasparente: l’acquisto di seguaci falsi.
Il fenomeno dei follower fasulli
L’acquisto di follower è una pratica diffusa in molti settori, compreso quello dell’informazione. Esistono piattaforme che, a pagamento, forniscono pacchetti di utenti fittizi o inattivi, capaci di far apparire un profilo più popolare di quanto non sia realmente. Nel caso delle testate giornalistiche, questa strategia può essere utilizzata per aumentare la percezione di autorevolezza o per migliorare i dati di engagement da presentare agli inserzionisti.
Implicazioni etiche e legali
Dal punto di vista normativo, l’acquisto di follower falsi può configurare una pratica commerciale ingannevole ai sensi del Codice del Consumo (D.lgs. 206/2005), poiché altera la percezione del pubblico e può indurre in errore gli utenti o i partner commerciali. Se i numeri gonfiati vengono utilizzati per ottenere vantaggi economici, come contratti pubblicitari o sponsorizzazioni, la condotta può assumere rilievo anche sotto il profilo penale, rientrando nel campo della truffa (art. 640 c.p.).
Sul piano deontologico, il Codice dei Giornalisti impone trasparenza, correttezza e veridicità anche nella comunicazione digitale. L’uso di strumenti che falsano la percezione della popolarità mina la fiducia del pubblico e contraddice i principi fondamentali della professione.
Un problema di credibilità
Alcune testate, pur di apparire più seguite, adottano questo tipo di approccio, accumulando decine di migliaia di follower inattivi o generati artificialmente. In certi casi, analisi indipendenti hanno stimato che una parte significativa dei seguaci di alcune pagine giornalistiche non corrisponde a utenti reali. Sebbene non sempre si tratti di un illecito formale, la pratica solleva interrogativi sulla trasparenza e sull’etica dell’informazione digitale.
Verso una comunicazione più autentica
La credibilità di una testata non dovrebbe misurarsi in numeri, ma nella qualità dei contenuti e nella fiducia che riesce a costruire con i lettori. In un’epoca in cui la disinformazione corre veloce, la trasparenza diventa un valore imprescindibile. Puntare su una crescita organica, su un dialogo reale con il pubblico e su metriche verificabili è l’unico modo per restituire autorevolezza al giornalismo nell’era dei social network.
