La contemporaneità dell’antica assoluzione

In occasione del 59° Festival di Nuova Consonanza al Teatro di Villa Torlonia è andato in scena l’atto unico di Roberta Vacca “Ego te absolvo”. La musica contemporanea della compositrice aquilana assieme al testo di Silvia della Ciana e la Mise en éspace di Pierpaolo Mancinelli, hanno forgiato un incontro fra Celestino V e Dante Alighieri, incarnatisi nel ventunesimo secolo sotto mentite spoglie, grazie agli attori Andrea Carpiceci e Massimo Sconci.

L’incontro tra i due immaginato dall’autrice, è basato sull’equivoco forse volutamente creato dal famoso verso del III canto dell’Inferno: «colui che fece per viltade il gran rifiuto». Lo spettatore viene catapultato nel secolo quattordicesimo nonostante i vestiti dei due rispecchino la moda giovanile attuale. Il Sommo Poeta scrisse la Commedia pochi anni dopo la nomina e la morte di Celestino, avvenute nel 1294 e distanziate l’una dall’altra di soli cinque mesi e pochi giorni. Ma Il parlare un italiano frutto di un’antica lingua letteraria e particolarmente forbito, viene spesso interrotto dalla brava danzatrice Gaia Tinarelli, che ondeggia fra i due attori, tanto da diventare lei la figura di riferimento nello scandire della pièce. Si muove spigolosamente, al ritmo della musica che costituisce un altro particolare linguaggio fatto di ricerca, interpretato in voce e live electronics dalla violoncellista Flavia Massimo. Di particolare impatto la musica estemporanea scritta da Roberta Vacca, basata sulla dialettica tra la interprete e lo strumento. La regia del suono è stata curata da Cristian Paolucci.

“Ego te absolvo” è qualcosa di particolare. Forse uno spettacolo a forma di fisarmonica per l’ondulante movimento della danzatrice, la musica iperritmata, la cadenza lenta dei due attori, come se la lingua antica dovesse essere analizzata parola dopo parola, significato dopo significato. In fondo l’assoluzione viene meritata o ceduta, conquistata o devoluta?

La musica ascoltata non è “celestiale”, come non lo è l’angelo danzante – lei e la violoncellista sono lo scheletro della pièce -, ma entrambi non sono nemmeno negativi, come se Dante e Celestino dovessero passare da una nuvola all’altra, trovandosi sempre nello stesso posto. La perfetta rappresentazione di un mondo statico che dibatte delle instabilità terrene. Forse il Paradiso è questo … forse no.

Alan Davìd Baumann

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