L’anatomia di una degenza di Salvo Germano

Scrivere una breve recensione sulle diverse sensibilità e la condizione individuale vissuta in uno ospedale romano, non è compito facile, ma quasi un atto di fede nel voler riconoscere ad alcuni medici, infermieri e fisioterapisti, tratti fortemente umani e professionali, quanto disinvolti, e, non se ne abbiano, leggeri in alcuni casi. (_Absit iniura verbis_)
Non vi sia offesa nella parola.

Il voler lasciare una impronta *elogiativa e critica, è lo scopo di questo articolo,* essendo stato, recentemente, mio malgrado,
*ospite e paziente.* di tale ospedale.

Per una sfortunata congiuntura esistenziale, mi sono trovato, ancora una volta, ad essere diretto osservatore di una triste realtà, nella quale nessuno si vorrebbe trovare, per triste disavventura, al cospetto del dolore, che è lo stigma che spesso accomuna i contatti umani, valicati dallo stesso destino, persone che hanno saputo, durante la degenza, riscaldare il cuore, destandomi sentimenti di commozione. Sentimenti, a dir vero, inconsueti nella crocevia di un ospedale. Oltre che offrire spunti di intensa riflessione.

Scrivo qui nel diario dei ricordi, in senso anacronico, (seguo l’imput dei flash del ricordo, non la successione storica dei fatti) nel tentativo di sottrarre all’oblìo un lembo di vita, un doloroso percorso, che a tratti appariva una _discensio ad inferos_ e che scientemente ha lasciato traccie, scavato solchi.

Senza voler essere troppo manicheo, in ospedale, il bene e il male, nella loro opposizione, sono presenti come faccia della stessa medaglia.
Umanità e disumanità sono espresse simbolicamente con forme idiomatiche differenti, seppur trovandosi nello stesso campo d’azione.

Esemplifico meglio col seguente dialogo tra il sottoscritto e due diverse infermiere, in situazioni differenti: una sorta di dualismo ontologico, uno riguardante l’affettività, l’altro l’inaffettività.
Con S indico l’io, con I l’infermiera:

I *Entrando, lei: tesoro ti serve aiuto? Se hai bisogno chiamami, non farti acrupoli.*

S *No, grazie gentilissima.*

Altra situazione:

S *Ho suonato tre volte il campanello e in circa quaranta minuti nessuno è venuto: mi sento male, urgentemente mi potrebbe chiamare un medico?*

I *Abbi pazienza, non è l’unico degente ad avere bisogno di un medico. Se poi non è urgente…*
(con voce e ghigno malevole, esprimeva chiaramente, in un marcato romanesco: _e mo’ che vole questo del letto 12! …_)

Nel reparto di neurologia, ho segnalato l’andazzo cameratesco, da parte di qualche infermiere, refrattario a che io marcassi visita. La _naia_ docet.

Lì ero stato allocato dopo il pronto soccorso. (di cui parlerò dopo)

A dire il vero, pochissimi sono gli esempi poco edificanti, a fronte dei quali, molti di quel reparto, hanno fatto della loro professione una vera motivata missione.
Vi ricordate durante il covid *gli angeli in corsia? Mai più tagli alla sanità.*

Eccoli lì, gli angeli dimenticati, a buscarsi il magro pane. Scusate se ogni tanto digredisco, ma non voglio perdere _le fil de ma pensée_

A volte, nei nosocomi, può succedere che qualcuno del personale, adotti comportamenti corrivi e imprudenti a danno dei pazienti.
Parliamo sempre dei _pochissimissimi (*uso un ulteriore rafforzativo*) che incuranti del codice deontologico operano nel segno della distrazione e superficialità.

Può succedere, e non saprei sinceramente a chi addebitare la colpa, di aver bevuto accidentalmente (non per causa mia) dell’acqua con dentro del sapone liquido trasparente.
Mi spiego:
la confezione della bottiglietta
era della stessa marca distribuita ai pazienti durante i pasti principali, quindi scambiabile con quella posta da qualcuno del personale, sul mio desco, di fianco al letto. È il caso di dire:
*negligentia fuit.*
Lascio immaginare al lettore i miei rigurgiti apoteotici dell’ntestino (uso un eufemismo) nei due giorni successivi.

Per onestà intellettuale, alla deplorevole *discrasia,* (naturale nei rapporti tra esseri umani nella loro mescoanza) esiste quella che gli inglesi chiamano, *epidermal empathy,* che ha caratterizzato l’encomiabile attività di medici (tranne rare eccezioni) sempre pronti ad intervenire e con spirito di abnegazione e di fine sensibilità, hanno prodigato le loro forze per rendere al meglio il triste percorso nella malattia.

Come dimenticare la semplicità di *Nora,* l’operatrice socio sanitaria marocchina, che ha nutrito affezione e generosità impareggiabili.
Il suo sorriso, insieme ai suoi modi, hanno conquistato la mia simpatia, espressa in mille gesti gentili. Ad elencarli sarebbero troppi.

Tante volte mi sono rivolto a *Zaira,* la caposala di fisiatria, sempre disponibile, attenta e scrupolosa, a cui ho chiesto sostegno per qualsiasi problema di ordine pratico insorto durante la degenza che ha fatto da tramite con i medici, per le mie necessità personali.
Ogni mattina entrava per salutarmi col sorriso e l’empatia che la distingueva.
Il suo afflato immedesimativo lo porterò a lungo.

Un’altra figura fondante è il dirigente medico, dott.essa *Simona Pontecorvo,* preparata neurologa che segue da qualche tempo l’evoluzione diagnostica del mio percorso.
Una dottoressa attenta, scrupolosa di una umanità sconcertante. Il suo sorriso e la sua premura nei confronti di tutti era la sua cifra distintiva.

Sto cercando di ragionare, mettere a fuoco le dinamiche interne alla struttura sanitaria, (non ho detto ancora quale) rendendo partecipe il lettore di una vicenda, dalle forti connotazioni etiche, che pongono sul piano psichico forti ripercussioni, specie in persona affetta da uno stato patologico serio.

Spesso si sottovaluta l’aspetto dell’integrità tra psiche e affezione patologica. Non siamo macchine, dove i singoli pezzi, spiegano e formano in senso *deterministico* il tutto. Ogni organo del corpo umano è strettamente collegato da vasi comunicanti e vige il principio di causa – effetto. Se si ammala il cuore, dobbiamo curare anche l’anima. Se soffriamo di gastrite, dobbiamo curare l’ansia e l’alimentazione. La visione olistica vede il nostro organismo come un _unicum_ e come tale va curato.
Il discrimine della inaffettività in tutte le strutture sanitarie è problema importante.
Per quaranta giorni, il mio nome e cognome è stato eclissato dal _sistema_ e trasformato in un numero: io ero il 12, come il numero degli apostoli, in sintonia col Cristo, quello del crocifisso, in nome del quale si dovrebbe operare nel bene.
Il numero come entità ontologica non è il massimo per il malato.
Papa Francesco ha detto che *”Gesù è il medico che guarisce con l’amore”*
Il tema dell’amore è ciclico e problema antropologico, da qualsiasi lato si voglia vedere.

Sto raccontando le tristi vicende occorsomi durante la permanenza in uno dei più noti nosocomi della capitale: il *San Giovanni Addolorata,* sito alle spalle della Basilica del Laterano, nel centro di Roma.

Il problema della sanità è quanto mai dibattuto dall’opinione pubblica.
I reitarati tagli alla sanità, perpetrati dagli ultimi governi, hanno reso estenuanti le lunghe file per le visite specialistiche e l’accesso agli esami diagnostici.
*Decongestionato i pronto soccorsi.*

La drastica riduzione dei posti letto, la situazione deflagrante nei pronto soccorsi, ha messo a dura prova la _resilienza_ del personale medico e paramedico, indotto a lavorare in condizioni di *precario fabbisogno di mezzi e di personale che alcune volte disumanizza la professione prestata al giuramento di Ippocrate.*

Il _bornout,_ così si chiama la sindrome, è sempre più frequente tra i medici _scoppiati_ È lo stress ossidativo cronico che li logora.
Di conseguenza è anche il paziente ad avvertire un senso di sfiducia e smarrimento, che certo, bene non fanno al processo di guarigione.

Segnalo positivamente che non è  accaduto, nonostante tutto, ai medici e fisioterapisti del reparto, diretto dal fisiatra prof. *Paolo Martinez, in medicina riabilitativa, che in seguito ai tagli lineari imposti dalla austerity, ha prodotto un forte scollamento del numero dei posti letto e l’assegnazione di un piccolissimo spazio, che sarebbe troppo enfatico chiamarlo *palestra.*

Le professoresse *Daniela Valentini e Piera Spinelli,* docenti universitari di Fisioterapia e traumatologia riabilitativa, dotate di un incrollabile spirito di adattamento, in una struttura logistica carente, con dedizione stacanovista, si sono ingegnate lo stesso con i pochi mezzi messi a disposizione. *Di necessità si fa virtù.* Tra me e loro, non era solo convenevole empatia ma affetto. Ho trascorso tutte le mattinate in palestra. Mi sono sottoposto come test clinico, per gli esami di stato alla professione di fisioterapista: erano i laureandi della *Sapienza* di Roma.
Non nascondo che il giorno della dimissione ero pieno di commozione.
Figure autorevoli e lungimiranti, supportati da bravi medici fisiatri, nell’approvare un piano riabilitativo ad hoc, a prescindere dai risultati raggiunti. Un danno neurologico è pur sempre un imprevedibile vaso di Pandora

Faccio un passo indietro, (procedo per anacronia, anche questo sarebbe un dato psicologico da analizzare: il procedere all’indietro, nell’ordito del racconto) come dicevo, il caos e l’intasamento del pronto soccorso è stato per me traumatico e sconcertante.
Non ci passavo da tempo.
Il triage dove ero passato prima del ricovero, mi aveva evocato la visione di uno spettrale ospedale da campo, in tempo di guerra, in cui malati sofferenti e coi volti emaciati, macilenti, insanguinati erano accatastati come pacchi della DHL, nei lunghi corridoi e attendevano dagli infermieri una valutazione clinica col rischio di una evoluzione della diagnosi, attraverso poi l’attribuzione di un codice – colore.

Nel mentre attendevo lì, con uno stato emotivo tra lo smarrito e il disorientato, mi balenava nella mente il sospetto di essermi trovato in uno dei nove gironi infernali, nei quali non riuscivo a collocarmi per espiare una colpa che non avevo commesso.
(Anche questo dato analitico declinabile in un lettino dello psicanalista)
Mi ero assopito cercando di evitare visioni crudescenti, ematomi violacei deturpanti, malattie ingravescenti, vomiti fecaloidi, e chi ne ha più ne mette.

Nel mio stato confusionario, visionario, vedevo medici e infermieri  che si dimenevano per salvare gli altri, tranne me. Ed io che li invocavo.
I minuti erano ore ed esse interminabili.
*Gli angeli della corsia* stabilirono, in base alle osservazioni cliniche, che mi ricoverassero nel reparto di neurologia.

Qui comincia l’avventura a contatto con l’antropologia del dolore, in un vorticoso *abyssus abyssum invocat.*

Quella sofferenza che chiama altra sofferenza, l’una si nutre dell’altra sino ad implodere.

Da un lato, si anela al forte attaccamento alla vita terrena, e dall’altro si volge lo sguardo al trascendente. Dio, Zeus, Budda… Compreso lo sguardo mistico diretto verso la statua di gesso della madonnina, érta su un piedistallo davanti alla finestra del corridoio, uscendo dalla stanza.
All’effige ci si rivolge più con una certa aria di incredulità, che di ferreo convincimento nel radicamento della fede e nella vacua speranza di un miracolo: _anche se non ci credo, fammi guarire, fammi un miracolo!_ Non tacciatemi di miscredenza: lo sconforto era inespugnabile.
È questa la filosofia.
A volte il rapporto con la fede è strettamente legato alla malattia, alla fragilità corporale. Solo allora si tenta un concitato appello al _Deus._

Il super uomo futurista, il Fenomeno, il Genio superman, con la propria albagìa, il pomposo convincimento di sé, cede il posto ad uno stizzoso nichilismo che tenta di implodere poi in una mezza fede farlocca che evapora, si dissolve nel niente

Il vivere tra le quattro mura della stanza con pazienti, nell’ultimissima fase della loro vita, agganciati ad una macchina che li fa respirare e li sostiene artificialmente, attraverso la nutrizione parenterale con un sondino endovenoso, è traumatico e genera ansia e cupi presentimenti.
Il respiro affannoso era l’ottenebrato compagno che vigilavo durante la notte insonne.
Avevo l’impressione che respirassimo all’unisono in una simbolica univocità ritmica. Ahaaa! Ahaaa! Ahaaa! Il respiro affannoso.
A volte si fermava a lungo e credevo esalasse l’ultimo respiro. Era l’agonia delle notti insonni.
L’agonia del morire in solitudine. Gli unici due figli erano latenti, pare, per non dover pagare il funerale del padre.

La caducità della vita è così cogente e tangibile che ogni convincimento di vita reale, dalle cose più semplici, dallo sprizz, dell’apericena con gli amici, ai progetti del grande _nostos,_ si sciolgono come neve al sole.
Cambiano le prospettive e i piani a breve e a lungo termine.

Un dato sconcertante è riscontrare l’apparente freddezza di alcuni medici ed infermieri (apparente) di fronte alle malattie più rovinose: è il callo al cospetto continuo del -morbo_ che rende flebile la pietàs di fronte al pàtos, nell’accezione originaria del termine.
Così come un anatomopatologo, guidato dal _logòs_ rimane freddo dinanzi ad un cadavere sul desco. Se dovesse ogni volta, provare pietà, smetterebbe di svolgere la professione.

Anche l’anima in presenza del _morbo grave,_ si frantuma
nell’ *io spezzato,* il quale, tenta per compensazione, l’anelito _escatologico _del mysterium post vitam._
Mi correggo – solo qualche congettura, _sull’Assoluto,_ convinzione caduca in assenza di verità apodittiche –
Ma il concetto di *Deus cristiano* in assenza di uno straccio di prova filosofica empirica cade come un birillo nel gioco delle bocce.
La grazia della fede, non la si chiede, Dio la concede a pochi eletti. Per dirla alla Pascal, l’esistenza di Dio è una scommessa. Se non dovesse esistere abbiamo vissuto una vita nella fede inutilmente; ma se avremmo ragione, ci saremo guadagnati il Paradiso.

Come *eletti* sono stati, invece i compagni di stanza che non li nomino per ragioni di privacy. Essi hanno saputo gettare nella tragedia della malattia, i germi della commedia caratterizzata da situazioni umoristici, un modo di esorcizzare il dolore e le situazioni avverse.
Compagni di merenda eccezionali, acuminati da una sapienza ed umanità _sui generis_

Concludo con un detto, secondo cui, *la salute ci concede di godere la vita, la malattia di comprenderne meglio il significato.*

Adesso scrivo da casa, un altro capitolo si riapre, e quindi alla prossima.

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