WASHINGTON / ROMA – L’annuncio dell’intesa sul gasolio siglata tra Washington e Mosca ha aperto una profonda frattura diplomatica tra gli Stati Uniti e i principali partner europei, con l’Italia in prima fila nell’esprimere forte contrarietà.
Il 16 ottobre 2026, da Washington, il presidente americano Donald Trump è intervenuto direttamente per difendere l’accordo, rispondendo a una domanda dell’agenzia Adnkronos sulle perplessità sollevate dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Trump ha ridimensionato la portata politica dell’intesa senza smentirla, definendola non un risultato “eccezionale”, bensì una misura pragmatica per immettere carburante sui mercati e calmierare i prezzi globali.
L’intesa Trump-Putin sul diesel russo
All’origine della tensione c’è l’annuncio dello scorso 9 ottobre 2026, quando Trump ha reso noto l’accordo con Vladimir Putin per la fornitura di gasolio russo destinato sia al mercato statunitense sia a quello internazionale.
Il piano prevede l’invio graduale di ingenti quantitativi di carburante:
- Prima fase: Invio immediato di oltre 300.000 tonnellate di diesel.
- Seconda fase: 500.000 tonnellate previste entro novembre.
- Fasi successive: Un milione di tonnellate in un momento successivo, con un potenziale incremento fino a ulteriori tre milioni di tonnellate condizionato dalla capacità operativa delle raffinerie russe.
Al momento, tuttavia, tali volumi risultano unicamente dichiarati e non ancora documentati nei porti di destinazione.
La dura contrarietà di Giorgia Meloni e dell’Italia
Nel suo intervento del 14 ottobre 2026 al Senato, Giorgia Meloni ha formalizzato l’opposizione dell’Italia all’accordo. Pur ribadendo la necessità di proteggere famiglie e imprese dai rincari energetici, la premier ha definito “rischiosa” la linea intrapresa dalla Casa Bianca.
Secondo Palazzo Chigi, l’impennata dei prezzi dei carburanti degli ultimi mesi è legata prevalentemente alla crisi e alla guerra in Iran, piuttosto che al conflitto in Ucraina, mettendo in dubbio l’efficacia reale dell’accordo energetico con Mosca.
La premier italiana ha evidenziato tre principali rischi strategici:
- Legittimazione di Mosca: Il rischio di concedere legittimazione politica al Cremlino mentre continuano i bombardamenti sulle città ucraine.
- Finanziamento della guerra: L’afflusso di nuove entrate finanziarie nelle casse russe per sostenere lo sforzo bellico.
- Squilibrio strategico: Un pessimo bilanciamento tra limitati vantaggi economici a corto raggio e alti costi geopolitici a lungo termine.
La risposta di Kiev e della Casa Bianca
- Volodymyr Zelensky: Il presidente ucraino ha rigettato con fermezza qualsiasi allentamento delle sanzioni senza una reale de-escalation, accusando l’intesa di fornire nuove risorse alla macchina bellica di Mosca. Zelensky ha inoltre evidenziato di non essere stato informato in anticipo della tregua bilaterale sugli attacchi alle infrastrutture energetiche proclamata da Trump l’11 ottobre, sottolineando come i raid russi siano proseguiti senza sosta.
- La Casa Bianca: La portavoce Taylor Rogers ha difeso la decisione definendola indispensabile per proteggere agricoltori, autotrasportatori e famiglie americane dall’inflazione energetica, ribadendo il no dell’amministrazione a limitare le esportazioni statunitensi.
I freni del mercato: perché il calo dei prezzi non sarà immediato
A rafforzare le perplessità degli analisti intervengono i dati dell’Energy Information Administration (EIA) sui vincoli strutturali della raffinazione. Un aumento della disponibilità di greggio o di forniture non si traduce automaticamente in un’immediata discesa del prezzo del diesel alla pompa.
Una raffineria trasforma infatti un barile standard (42 galloni) in proporzioni rigide: circa 19-20 galloni di benzina, 11-13 galloni di distillati (in gran parte gasolio) e 3-5 galloni di carburante per aviazione. I prezzi finali al consumo continuano pertanto a risentire pesantemente dei margini di raffinazione, dei costi di distribuzione e della pressione fiscale.
