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«Ho difeso un’azienda dai ladri, ma sono finito sotto accusa»: la battaglia di La Mesa

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Una vicenda giudiziaria e amministrativa lunga oltre un decennio, iniziata nel novembre del 2013 e che, secondo il diretto interessato, rischia ancora oggi di compromettere il futuro della sua attività imprenditoriale. È la storia di Paolo La Mesa, titolare della Giaguaro Service, società siracusana operante nel settore del portierato e della vigilanza non armata, che racconta la propria vicenda come una vera e propria “Odissea”, iniziata dopo un intervento durante un tentativo di furto ai danni di un’azienda agricola.

Tutto ha avuto origine nella notte del 13 novembre 2013, quando, mentre rientrava a casa, fu informato dal personale della propria centrale operativa della presenza di luci sospette all’interno delle serre in contrada Torre Milocca. Recandosi sul posto, avrebbe notato una Ford Fiesta blu parcheggiata all’ingresso dell’area. La Mesa ha avvertito le forze dell’ordine. Poco dopo, tre persone – due uomini e una donna – sarebbero uscite dalle serre e si sarebbero dirette verso di lui, intimandogli di allontanarsi e tentando di aggredirlo. La Mesa afferma di essersi qualificato come guardia particolare giurata e di avere comunicato ai tre che aveva già richiesto l’intervento della Polizia.

I tre sarebbero quindi saliti sull’automobile tentando di allontanarsi. La Mesa racconta di essersi posizionato davanti alla vettura per impedirne la fuga e di avere visto, dal finestrino, una persona impugnare una pistola. Temendo di essere investito, avrebbe sparato un solo colpo con l’arma in dotazione, indirizzato verso una ruota dell’automobile. La vettura avrebbe cambiato traiettoria, mentre lui sarebbe caduto a terra. I tre sarebbero quindi riusciti a fuggire.

All’arrivo della Polizia, La Mesa afferma di aver riferito quanto accaduto. Secondo la sua ricostruzione, gli agenti non avrebbero inizialmente recuperato la refurtiva, costituita da circa 400 chilogrammi di ortaggi, né sequestrato le lampade utilizzate dai presunti ladri. Sarebbe stato lo stesso La Mesa a recuperare il bossolo e a contattare i proprietari dell’azienda agricola, annunciando la propria intenzione di riconsegnare la merce.

Circa un’ora e mezza dopo gli agenti lo avrebbero nuovamente contattato e raggiunto presso il magazzino. In quella circostanza sarebbero stati effettuati una perquisizione, controlli amministrativi e verifiche sulla merce e sulle attrezzature. Gli agenti avrebbero, quindi, sequestrato la refurtiva, gli strumenti utilizzati dai presunti ladri e il bossolo. È da quel momento che sarebbe iniziato il suo lungo contenzioso con le istituzioni.

Le denunce e il percorso giudiziario

Pochi giorni dopo l’episodio, La Mesa sarebbe stato convocato in Questura e informato del fatto che il rapporto di lavoro con la società di vigilanza armata “La Folgore” di Noto era, secondo gli uffici, già cessato. Da qui sarebbero scattate contestazioni per sparo in luogo pubblico, vigilanza abusiva e abuso dei titoli di polizia, oltre all’avvio del procedimento per il divieto di detenzione di armi e materiale esplodente.

La Mesa ha sempre contestato queste ricostruzioni, sostenendo di essere intervenuto da cittadino e nell’ambito delle proprie competenze, oltre a ritenere di essere ancora collegato professionalmente all’istituto di vigilanza.

Il procedimento penale si sarebbe concluso con la sua assoluzione da tutti i capi d’accusa. Successivamente, sul piano amministrativo, il Tar di Catania ha accolto le sue ragioni, con una pronuncia definitiva nel 2019 che, secondo quanto riferisce l’interessato, avrebbe riconosciuto la legittimità del suo interesse a operare.

Forte di tali decisioni, La Mesa ha chiesto alla Prefettura di Siracusa la revoca del divieto di detenzione delle armi e il ripristino dei titoli amministrativi. Ma la vicenda non si sarebbe conclusa. La Prefettura ha impugnato la sentenza davanti al Consiglio di giustizia amministrativa, determinando un nuovo capitolo giudiziario.

Particolarmente controversa, nel racconto dell’imprenditore, è la questione relativa a una risposta dei Carabinieri alla Prefettura. La Mesa riferisce di essere stato informato da un sottufficiale dell’Arma di un parere favorevole espresso dal Comando in merito alla revoca del divieto, anche alla luce delle attività svolte in passato in collaborazione con i militari dell’Arma. Secondo La Mesa, tale documentazione non sarebbe stata inizialmente reperita nel fascicolo della Prefettura e sarebbe stata successivamente acquisita direttamente presso l’Arma.

Il Consiglio di giustizia amministrativa ha, tuttavia, confermato la decisione impugnata, ritenendo non sufficienti gli elementi nuovi prodotti.

Un’impresa messa in ginocchio

La lunga battaglia giudiziaria, racconta La Mesa, avrebbe avuto anche conseguenze economiche pesanti. Le spese legali sostenute nel corso degli anni avrebbero contribuito al suo sovraindebitamento con l’Agenzia delle Entrate, costringendolo a ridimensionare drasticamente la Giaguaro Service fino al licenziamento dei dipendenti, compresi alcuni familiari.

Oggi l’imprenditore sostiene di aver conseguito nuovamente le necessarie qualificazioni professionali, superato gli accertamenti medici e psicologici e frequentato corsi certificati, sostenendo costi rilevanti per poter tornare a operare anche nel settore della vigilanza armata. Nonostante ciò, afferma di non riuscire ancora a ottenere dalla Prefettura di Siracusa una risposta che gli consenta di rilanciare definitivamente la propria attività.

La Mesa ha nuovamente adito il TAR per rivendicare quelli che considera i propri diritti di cittadino e lavoratore. La sua domanda è semplice, ma attraversa tredici anni di procedimenti: perché, nonostante le assoluzioni e i successivi provvedimenti amministrativi favorevoli, la sua vicenda non riesce ancora a trovare una conclusione?

L’imprenditore respinge con forza l’idea di essere stato il responsabile di quella notte del 2013. Al contrario, sostiene di aver agito per impedire un furto e di aver rischiato personalmente la vita per evitare che i presunti ladri fuggissero.

«Io sono rimasto vittima di questa vicenda, non carnefice», afferma La Mesa, che si dice pronto a confrontarsi nelle sedi istituzionali con il Prefetto, il Questore e il Procuratore, mettendo a disposizione anche la documentazione relativa alle risposte fornite dai Carabinieri sulle sue attività.

La sua Odissea, iniziata nel 2013, è dunque ancora aperta. E mentre la Giaguaro Service cerca di tornare operativa e di riassumere quei lavoratori che l’imprenditore è stato costretto a lasciare a casa, La Mesa continua a chiedere che la sua storia venga riletta alla luce delle sentenze, degli atti e dei documenti, affinché sia finalmente stabilito se e come possa tornare a esercitare pienamente la propria attività.

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