Il “Chris Martin” di Capodichino: il giovane svedese che vive all’aeroporto di Napoli e rifiuta di tornare a casa

Capelli biondi e aria da popstar, si fa chiamare Daniel e ha 25 anni. Tra aggressioni a Roma e l'oblio a Napoli, la storia del clochard che chiede solo un paio di scarpe.
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NAPOLI – Lo hanno ribattezzato il “Chris Martin di Capodichino” per la sua impressionante somiglianza con il celebre leader dei Coldplay: giovane, biondo, viso pulito e lo sguardo smarrito di chi sembra di passaggio. Ma l’aeroporto internazionale di Napoli, in questi giorni chiuso per interventi di manutenzione, per lui non rappresenta un punto di partenza né di arrivo, bensì un perimetro di vita e di solitudine.

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Da circa sei mesi il ragazzo vaga per le strade di Napoli, ma nell’ultimo mese ha eletto i terminal dello scalo partenopeo a propria dimora abituale. Di giorno staziona davanti alle grandi vetrate della struttura, mentre di notte cerca riparo sotto le tettoie esterne, condividendo gli spazi con Samir, un altro clochard storico dell’area aeroportuale.

La caduta e il rifiuto dei soccorsi

Il giovane dichiara di essere di nazionalità svedese, di chiamarsi Daniel e di avere venticinque anni. Riluttante a parlare e restio a ricomporre i pezzi del proprio passato, pronuncia solo brevi parole di ringraziamento quando i passanti gli offrono cibo o abiti puliti. Tra i pochi dettagli emersi figura il racconto di un viaggio in Italia iniziato come turista a Roma, dove avrebbe subito un violento pestaggio prima di giungere a Napoli senza meta e privo di memoria.

La sua presenza non è passata inosservata:

  • L’intervento del Consolato: Il console onorario di Svedese gli ha donato la giacca con cappuccio che indossa per ripararsi dal freddo, cercando a più riprese di rompere la barriera di apatia per rintracciare eventuali familiari in patria.
  • Resistenza pacifica: A quanti cercano di aiutarlo a rientrare in Svezia, Daniel oppone un rifiuto costante ma pacifico, sordo alle preghiere di chi vorrebbe riportarlo a casa.

L’unica richiesta avanzata dal giovane agli operatori e ai volontari è un paio di scarpe nuove: un dettaglio che sottolinea la volontà di continuare a camminare in un perenne vagare, prigioniero volontario di uno scalo da cui ha scelto di non volare via.

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