Fondi tagliati ai collaboratori di giustizia, l’allarme dell’avvocato Li Gotti: «Senza capitalizzazione rischiano ritorsioni e povertà estrema»

Il legale storico di Buscetta e Brusca contesta l'ipotesi di attingere ai fondi di reinserimento dei pentiti per coprire i debiti fiscali: «Famiglie tradite e pericolo di incontri fatali lungo le strade».
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ROMA / PALERMO – Un’operazione che rischia di lasciare sul lastrico i collaboratori di giustizia e i loro familiari, esponendoli a gravissimi rischi per la sicurezza personale. A lanciare l’allarme, in un’intervista rilasciata a La Stampa, è l’avvocato Luigi Li Gotti, storico difensore di celebri pentiti come Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Giovanni Brusca. Al centro della polemica c’è l’ipotesi che lo Stato possa recuperare i debiti fiscali dei collaboratori attingendo alle somme destinate alla loro “capitalizzazione”, ovvero il contributo economico finale previsto per il reinserimento sociale al termine del programma di protezione.

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La denuncia: «Legge ignorata per decenni e famiglie tradite»

Secondo l’avvocato Li Gotti, la misura appare come una novità spiazzante che rischia di compromettere equilibri delicati costruiti nel corso degli anni:

«Questa storia della rivalsa per debiti erariali non può venir fuori così, all’improvviso, riscoprendo una legge che per decenni era stata ignorata. Il collaboratore di giustizia, quando sottoscrive il programma di protezione, sa che alla fine avrà dallo Stato dei denari per i cosiddetti progetti di vita. La novità è che questi soldi adesso vengono vincolati all’acquisto di un immobile, un qualcosa di concreto».

Il vero nodo critico riguarda la sopravvivenza quotidiana dei nuclei familiari una volta usciti dal sistema protetto. Privare i pentiti del fondo di capitalizzazione per ripianare i debiti con l’Agenzia delle Entrate significa condannarli all’indigenza: «Se però la capitalizzazione gliela togli perché serve a ripagare il debito con l’Agenzia delle Entrate, quelli che cosa mangiano dal giorno dopo? – si interroga il legale –. È gente povera, esclusa dai circuiti, che a sessanta o sessant’anni un lavoro non lo trova più. Io ho un cliente, collaboratore di giustizia, di 75 anni. Allo Stato il suo contributo è servito molto. E ora che fa? Lo sbatte su una strada? Nel frattempo non gli resterà che andare a mangiare alla Caritas».

Il rischio sicurezza: il ritorno nei territori e il pericolo ritorsioni

Oltre al dramma sociale ed economico, la questione apre uno scenario allarmante sul fronte della sicurezza e dell’ordine pubblico. Molti collaboratori, trovandosi senza risorse e incapaci di sostenersi autonomamente fuori dal circuito protetto, potrebbero decidere di fare ritorno nei luoghi d’origine:

«Uno dei miei clienti mi ha detto: noi ce ne torniamo giù, almeno qualche contatto ancora ce l’abbiamo – spiega Li Gotti –. Oltretutto dopo venti anni tornano anche in circolazione gli stessi che essi hanno fatto arrestare e condannare. Rischiano di incrociarsi per strada. Immaginate voi quale sarebbe il finale». Un cortocircuito che riaccende i riflettori sulla fragilità del post-protezione e sulla necessità di tutele rigorose per chi ha scelto di rompere con i clan mafiosi.

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