Il presidente israeliano Isaac Herzog ha completato le consultazioni con le forze politiche e annuncerà domenica a chi affidare l’incarico di formare il nuovo governo. Nel frattempo, si incrina il fronte a sostegno del premier uscente Benjamin Netanyahu.
L’alleanza di destra perde colpi: i due partiti ultraortodossi ashkenaziti riuniti in “Ebraismo Unito” hanno scelto di non indicare alcun candidato premier, sottraendo a Netanyahu 7 seggi decisivi e posizionandosi come ago della bilancia. La loro condizione per appoggiare una futura coalizione resta l’approvazione di una legge che mantenga l’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshiva. Solo Itamar Ben-Gvir (Potere Ebraico) ha confermato il proprio sostegno a Netanyahu.
Sul fronte opposto, i partiti arabi hanno deciso di indicare Gadi Eisenkot (nella foto) per la guida dell’esecutivo, rendendo lo scenario politico ancora più frammentato.
Chi è Gadi Eisenkot
Gadi Eisenkot è un ex generale che si è preso l’incarico di interrompere lo strapotere continuo esercitato dall’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu sulla politica israeliana. Netanyahu guida il partito più importante della destra in Israele, il Likud, da 33 anni. È primo ministro, con un paio di intervalli, da 19 anni e può contare sull’appoggio di una larga parte dell’elettorato, che lo considera l’unico leader in grado di provvedere alla sicurezza dello stato di Israele.
Militare e uomo politico israeliano nato a Tiberiade nel 1960 da genitori ebrei di origine marocchina, Eisenkot cresce ad Eilat e nel 1978 entra nelle forze di difesa israeliane (IDF), intraprendendo un lungo percorso nella brigata Golani. Guida diverse operazioni durante il conflitto nel Libano meridionale, la seconda intifada e la guerra del Libano del 2006, fino a ricoprire la carica di 21° capo di stato maggiore delle IDF dal 2015 al 2019. In questo ruolo promuove il piano pluriennale “Gideon” per la riorganizzazione dell’esercito e il potenziamento delle risorse tecnologiche e cibernetiche, affermandosi come una figura chiave nell’evoluzione della dottrina strategica contro Hezbollah e altre organizzazioni armate.
Nel 2022 fa il suo ingresso in politica tra le fila della coalizione centrista Unità Nazionale. Nell’ottobre 2023 entra nel governo di emergenza nato a seguito della guerra tra Israele e Hamas, assumendo il ruolo di ministro senza portafoglio e osservatore nel gabinetto di guerra. Nel giugno 2024 rassegna le dimissioni in segno di dissenso sulla gestione del conflitto. L’anno successivo fonda e si mette alla guida del partito Yashar, con cui si candida alle elezioni legislative dell’ottobre 2026 proponendosi come il principale leader centrista alternativo a Benjamin Netanyahu. Il profondo dramma personale — la perdita di un figlio e di due nipoti, caduti in combattimento contro Hamas a Gaza dopo l’attacco del 7 ottobre — gli conferisce un’autorevolezza che lo mette al riparo dalla retorica dell’estrema destra, solita bollare gli oppositori politici come contigui al terrorismo.
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