“Il Sole 24 Ore” il 7 dicembre del 2023 ha pubblicato un articolo sul futuro del Petrolchimico siracusano.

A cura di Concetto Alota

Scrive il giornalista Nino Amadore: “Il 2023 si chiude nell’incertezza. Il Rapporto di sostenibilità dell’area certifica il boom di fatturato del 2022 arrivato a oltre 22 miliardi ma anche la flessione dell’anno in corso. Un fatturato complessivo di 22,334 miliardi e un valore aggiunto pari a 3,532 miliardi. Sono i dati salienti (sul 2022) dell’area industriale di Siracusa contenuti nel Rapporto di sostenibilità che è stato presentato oggi (7 dicembre). È la terza edizione di un rapporto che passa in rassegna i temi fondamentali in un’area strategica (nel triangolo dei comuni di Priolo-Melilli-Augusta) dove sono presenti grandi aziende del settore energetico come Lukoil con le sue raffinerie, ma anche la raffineria dell’algerina Sonatrach: in totale qui vi è una capacità di raffinazione di 27.500.000 tonnellate pari al 31,7% del totale nazionale. E ci sono poi gli stabilimenti petrolchimici come Versalis che hanno una capacità di lavorazione 1.400.000 tonnellate annue di prodotti petroliferi. «Un rapporto – dice il presidente di Confindustria Siracusa Gian Piero Reale – che è una scelta ben precisa per rispondere alla domanda di informazione che ci viene dal territorio. È ormai entrato nella prassi della nostra associazione e delle imprese che ne fanno parte, in attuazione alla Costituzione che vuole il rapporto impresa-cittadini improntato al rispetto, alla sicurezza sociale, alla salute e all’ambiente».

Grandi numeri nel 2022, flessione nel 2023

Nella parte della sostenibilità economica – riporta il “Sole 24 Ore” – il rapporto certifica l’abbondante recupero delle perdite degli anni della pandemia, con una crescita di più del 50% del fatturato (e non solo ovviamente) rispetto al 2021 e +80% rispetto al 2019 mentre il valore aggiunto globale lordo è passato da 1,171 miliardi del 2021 a 3,532 miliardi del 2022. In questo contesto l’erogazione verso i dipendenti diretti ha raggiunto quasi 240 milioni e il contributo totale verso la pubblica amministrazione (tasse e imposte locali e nazionali) ha nuovamente superato il miliardo di euro. Ma il 2023 si annuncia già come un anno in cui le cose sono andate diversamente: «Già i primi mesi del 2023 – si legge nel rapporto – fanno registrare perdite nette alla maggior parte delle aziende. Guardando in particolare al manifatturiero e alla chimica, nello specifico, si nota una contrazione dei volumi a livello globale, con preoccupanti livelli di riduzione del volume della produzione, come non se ne vedevano da tempo». Pesa dunque l’incertezza mentre le aziende guardano avanti: «La sfida da affrontare è riprendere i progetti di trasformazione richieste dalla transizione energetica, in un ambiente altamente volatile, ma potendo disporre anche di una solida base di asset e di forza lavoro specializzata che ha dimostrato resilienza nell’attraversare questo complicato periodo».

Verso la transizione

Il tutto con la consapevolezza – continua l’articolo – che per la transizione servono risorse e un quadro normativo più razionale e certo: «L’accesso ai fondi pubblici, italiani e/o europei, sarà essenziale, come anche lo sviluppo di una normativa per una transizione ’ragionevole’ e non a “salti improvvisi” – si legge nel rapporto –. A titolo di esempio, ancora oggi è motivo di preoccupazione la posizione discutibile del nostro Governo, che ha limitato i fondi necessari allo sviluppo dell’idrogeno e li ha frazionati su molti piccoli operatori, non considerando che la transizione dei grandi soggetti hard-to-abate richiede svariati miliardi di euro, per essere portata a termine senza lasciare indietro nessuno. E sempre è motivo di preoccupazione che, a livello europeo, sia richiesto che ad ogni ora di funzionamento di un elettrolizzatore sia associata un’ora di energia rinnovabile. Purtroppo, il solare di notte ovviamente non è disponibile e i grandi sistemi di accumulo, elettrici o a idrogeno, sono al di là da venire come infrastrutture su scala nazionale».

Confindustria: «Servono risorse per aiutare la transizione»

Lo ribadisce il presidente di Confindustria Siracusa: «Per la transizione energetica sarà essenziale l’accesso ai fondi pubblici italiani ed europei e una normativa per una transizione ragionevole che comprenda anche le imprese hard to abate». La Regione siciliana, per parte sua, sembra accogliere la sfida del sostegno alla transizione e al rafforzamento dell’area industriale: «Questo Rapporto è un impegno tangibile verso un futuro migliore – dice l’assessore regionale alle Attività produttive Edy Tamajo presente a Siracusa insieme alla collega di Giunta Elena Pagana che ha la delega all’Ambiente – . È una chiara dichiarazione di impegno a bilanciare lo sviluppo industriale con la tutela dell’ambiente e del tessuto sociale. In questo momento l’assessorato alle attività produttive della Regione Siciliana può agire in diversi modi per promuovere la sostenibilità economica, sociale, ambientale e la transizione energetica. Per la sostenibilità economica, può incentivare l’innovazione e la ricerca, favorire politiche di sviluppo locale per promuovere imprese sostenibili, agevolare l’accesso al credito per progetti green e stimolare la formazione professionale per aumentare le competenze nel settore sostenibile. Per la transizione energetica, può elaborare strategie per ridurre l’uso di combustibili fossili, promuovere investimenti in infrastrutture verdi per l’energia rinnovabile e sostenere la ricerca e l’innovazione nel settore energetico per sviluppare tecnologie più efficienti e sostenibili».

Per la cronaca, già nel 2022 l’allarme fu lanciato con l’invito alla mobilitazione generale da parte del Presidente di Confindustria Siracusa, Diego Bivona, per affrontare la crisi del polo industriale di Siracusa; il segnale di un futuro con poche speranze per il petrolchimico siracusano. La politica in Sicilia ha fallito ancora una volta; non riesce a predisporre un progetto di lungo respiro politico, economico e sociale. Non a caso Bivona ha parlato del fallimento della realizzazione del rigassificatore nella rada di Augusta.

“Mi sembra di rivivere il periodo del progetto del rigassificatore di Ionio Gas che sappiamo tutti come è finito per le fandonie di pochi, nel silenzio del territorio. All’epoca era in ballo un investimento – continua Bivona – che avrebbe dato ulteriore impulso alla nostro polo industriale e che, alla luce dei fatti, oggi sarebbe stato più che mai necessario. Ma oggi è in discussione la vita dell’intero polo industriale e non dobbiamo fare l’errore di lasciare sole le aziende. Come dice il Segretario della CGIL Roberto Alosi, di cui ho apprezzato e condivido l’appello per un’azione comune unitaria, non staremo a guardare”.

In Europa la crisi si presenta profonda e senza uscita. Le previsioni parlano di un aumento del trasporto di petrolio in seguito alla chiusura delle raffinerie ormai vecchie e improduttive. Sono tanti gli impianti che rischiano la chiusura in tutto il mondo. Le raffinerie vengono chiuse a causa dell’inasprimento delle norme ambientali e della concorrenza estera. Alcuni impianti vengono convertiti alla produzione di biocarburanti. Ma non basta a frenare la crisi che appare sempre più sinistra

Tutte le raffinerie in Italia sono a rischio di sopravvivenza e con esse tanti posti di lavoro. Proseguendo su questa strada c’è il pericolo di diventare dipendenti dalle forniture estere non solo per il petrolio e il gas, ma anche per i prodotti finiti. Conviene di più produrre fuori dall’Europa a minor prezzo e importare il prodotto finito dai Paesi che utilizzano sistemi molto più inquinanti dei nostri e con un costo del lavoro inferiore.

I costi di produzione per i produttori italiani sono più elevati per effetto degli oneri all’applicazione di normative in materia di tutela dell’ambiente e della salute, a cui si devono aggiungono i costi di trasporto delle materie prime. Ad aggravare la situazione in Italia è in particolare il carico fiscale.

La raffinazione ha finora avuto un valore strategico anche in termini di occupazione diretto e indotto con la perdita di migliaia di posti di lavoro a livello europeo; la chiusura anche di un solo impianto è sinonimo di perdita di occupazione, prima ancora che di competitività per l’economia italiana. La strategia efficace sarebbe la riconversione degli impianti, consentendo la trasformazione in siti di stoccaggio o siti per la valorizzazione energetica dei rifiuti, ma per il momento, specie in Sicilia, è solo una pazza idea.

C’è poi il problema della chimica sostenibile e del possibile sviluppo nell’applicazione di prodotti, processi e soluzioni tecnologiche che portino a un miglioramento della salute dei lavoratori e dei consumatori, oltre che dell’impatto ambientale e una riduzione del consumo di fonti energetiche e di materie prime non rinnovabili. La chimica sostenibile è il futuro, sia per la parte connessa a rendere più efficienti processi e prodotti; un campo su cui si stanno confrontando i principali Paesi europei attraverso politiche industriali miranti a creare eccellenze nazionali. Nel giro di 5/6 anni il comparto petrolchimico europeo deve necessariamente rivoluzionarsi o è destinato a soccombere.

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