Figli, nipoti, parenti minorenni esibiti sui social come trofei di famiglia. Una fotografia pubblicata per vanità può diventare un pezzo di identità consegnato per sempre alla rete. E il problema non è soltanto giuridico: è culturale.
C’è una parola che, nell’era dei social network, sembra essere diventata improvvisamente difficile da comprendere: tutela.
Tutela significa proteggere. Significa mettere qualcuno al riparo da ciò che non è in grado di valutare autonomamente. Significa, soprattutto quando si parla di bambini, anteporre il loro interesse alla propria voglia di apparire.
Eppure basta aprire Facebook, Instagram o TikTok per imbattersi quotidianamente in fotografie di bambini e adolescenti pubblicate con una disinvoltura disarmante: figli, nipoti, cugini, parenti minorenni immortalati in ogni momento della loro vita e messi a disposizione di una platea che, nella maggior parte dei casi, non è affatto controllabile.
La domanda dovrebbe essere elementare: quel bambino ha davvero bisogno di essere esposto al mondo?
Troppo spesso la risposta è no.
E qui emerge un fenomeno che non può più essere liquidato come semplice leggerezza: una vera e propria ignoranza digitale, intesa non come insulto personale, ma come mancata conoscenza dei rischi e delle responsabilità connesse alla pubblicazione di immagini di minori.
Perché una fotografia non è soltanto una fotografia.
È un dato personale. È un frammento dell’identità di una persona. È qualcosa che può essere copiato, scaricato, ricondiviso, archiviato, manipolato e sottratto al controllo di chi l’ha pubblicato.
Il Garante per la protezione dei dati personali lo ha spiegato più volte e, ancora nel 2026, è intervenuto su casi concreti di pubblicazione di fotografie di minori sui social. L’Autorità ha ribadito che, per i minori di 14 anni, la pubblicazione sui social richiede il preventivo consenso di entrambi i genitori quando entrambi esercitano la responsabilità genitoriale.
Ma c’è un punto ancora più importante: anche quando esiste un consenso, il criterio fondamentale resta il superiore interesse del minore.
Non basta dunque pronunciare la frase: «È mio figlio», oppure «È mio nipote».
Un bambino non è una proprietà da esibire.
Non è un accessorio per rendere più bello un profilo.
Non è il protagonista involontario della ricerca quotidiana di like, cuori e approvazione virtuale.
E soprattutto non è chiamato a pagare, da adulto, le conseguenze delle decisioni digitali prese dagli adulti quando era troppo piccolo per comprenderle.
Il Garante ha definito questo fenomeno sharenting, cioè la condivisione frequente di fotografie e video dei propri figli, sottolineando i rischi che tale pratica può comportare per l’identità digitale e per la formazione della personalità del minore. L’Autorità ha anche avvertito che ciò che viene pubblicato o condiviso può essere catturato e riutilizzato per finalità improprie, arrivando persino a finire in circuiti criminali.
E allora sarebbe il caso di smettere di raccontare questa vicenda come una semplice questione di «privacy».
Qui c’è qualcosa di molto più profondo.
C’è il rispetto della dignità del bambino.
C’è il diritto di crescere senza che ogni momento della propria infanzia venga trasformato in un archivio pubblico.
C’è il diritto, un domani, di poter scegliere autonomamente quale immagine di sé consegnare agli altri.
E c’è persino una questione di buon senso.
Davvero è necessario pubblicare il volto di un bambino mentre mangia, dorme, gioca, festeggia il compleanno, va al mare, è in costume, è a scuola o partecipa a una manifestazione?
Davvero ogni momento familiare deve diventare contenuto?
No. Non tutto ciò che è fotografabile deve essere pubblicato.
Ed è proprio qui che il comportamento di alcuni adulti diventa particolarmente grave sul piano culturale: perché pretendono di esercitare la propria libertà dimenticando che quella libertà incontra un limite quando entra in gioco la dignità e la sicurezza di un minore.
A preoccuparsi quotidianamente di questi temi ci sono associazioni e realtà che da anni combattono contro lo sfruttamento e l’esposizione dei bambini sul web.
Tra queste occupa un posto particolarmente importante Meter, realtà fondata da don Fortunato Di Noto, che da decenni porta avanti un’attività di sensibilizzazione e contrasto agli abusi sui minori e alle forme di sfruttamento che possono svilupparsi anche attraverso internet.
Sono realtà che lavorano quotidianamente per spiegare ciò che molti adulti ancora non hanno capito: la rete non è un album di famiglia.
E non bisogna aspettare che accada qualcosa di terribile per comprendere la gravità di una fotografia pubblicata con superficialità.
La prevenzione nasce prima.
Nasce dalla consapevolezza.
Nasce dal semplice gesto di fermarsi prima di premere «pubblica».
Il vero adulto, davanti alla fotografia di un bambino, dovrebbe chiedersi non «quanti like prenderò?», ma «questa pubblicazione è davvero nell’interesse di quel bambino?»
Se la risposta non è un sì convinto, quella fotografia dovrebbe rimanere nel telefono.
Perché un bambino non può essere chiamato a difendersi da una decisione digitale presa da chi avrebbe il compito di proteggerlo.
E forse è arrivato il momento di dirlo senza ipocrisie: la tutela dei minori non è una parola da utilizzare nei convegni, nelle campagne social o nelle dichiarazioni di circostanza. È una responsabilità concreta.
Chi pubblica continuamente fotografie di bambini senza interrogarsi sulle conseguenze dovrebbe almeno avere l’umiltà di studiare, informarsi e comprendere.
Perché l’ignoranza delle regole digitali non è una giustificazione.
E soprattutto perché, quando di mezzo c’è un bambino, la superficialità degli adulti non può diventare il rischio dei più piccoli.
La fotografia più bella di un bambino, qualche volta, è quella che nessuno vede.
Quella custodita in un album.
Quella conservata nel telefono di famiglia.
Quella che rimane un ricordo privato.
Perché proteggere un minore significa anche avere il coraggio di non mostrarlo.
L’Opinione – Minori e social, il confine tra tutela ed esposizione
