ROMA / WASHINGTON – Gli Stati Uniti ospitano la concentrazione più alta al mondo di Data Center, le imponenti strutture informatiche necessarie per alimentare la rete internet globale, i servizi cloud e le nuove piattaforme di intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro la promessa della transizione digitale si cela un costo ambientale e umano sempre più insostenibile per le comunità locali.
Inquinamento luminoso, emissione permanente di fumi tossici, devastazione dei paesaggi naturali e consumo giornaliero di tonnellate di acqua per il raffreddamento dei server rappresentano ormai la quotidianità per chi risiede nei pressi di questi impianti, a cui si aggiunge un rumore di fondo costante e assordante.
Le testimonianze: «Come 10mila generatori diesel sempre accesi»
Nel corso di un reportage firmato dal giornalista Giammarco Sicuro per il TG3, emergono le drammatiche testimonianze degli abitanti che vivono a ridosso dei mega-siti tecnologici:
«È come avere 10mila generatori diesel che inquinano allo stesso tempo. I figli dei nostri vicini giocano all’aperto e sono stati in ospedale già dozzine di volte per gravi difficoltà respiratorie».
— Testimonianza di una residente di fronte a un Data Center
Le criticità ambientali e sanitarie al centro del dibattito
I principali fattori di impatto segnalati dalle comunità e dagli analisti ambientali riguardano:
- Consumo idrico: Impiego di tonnellate di acqua dolce al giorno sottratte alle riserve locali per raffreddare i macchinari ad alta intensità energetica.
- Inquinamento atmosferico e acustico: Emissioni continue provenienti dai sistemi di supporto elettrico e dai generatori d’emergenza, accompagnate dal ronzio costante delle ventole di aerazione.
- Impatto sulla salute pubblica: Aumento dei ricoveri e dei disturbi alle vie respiratorie, in particolare nei soggetti più vulnerabili come i bambini.
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