C’è un fenomeno che attraversa ormai i social network da Nord a Sud e che meriterebbe una riflessione molto più seria di quella che spesso gli viene riservata: la trasformazione della demenzialità in spettacolo e, soprattutto, in modello da imitare.
Sui social proliferano quelli che potremmo definire, senza troppi giri di parole, “fenomeni da baraccone”: personaggi che costruiscono la propria popolarità attraverso video privi di qualsiasi contenuto educativo, spesso basati su gag volgari, provocazioni, urla, insulti, gesti osceni e situazioni costruite esclusivamente per raccogliere visualizzazioni, like e commenti.
In alcuni casi il cibo diventa addirittura parte integrante dello spettacolo: viene utilizzato per creare scenette grottesche, accompagnate da gesti offensivi o atteggiamenti volutamente volgari.
Il problema non è soltanto la qualità discutibile di questi contenuti, ma il fatto che una parte delle nuove generazioni finisca per considerarli normali, divertenti e persino meritevoli di emulazione.
Naturalmente non è corretto giudicare una persona esclusivamente dal ceto sociale o dal titolo di studio.
Il problema, infatti, non è essere ricchi o poveri, né possedere una determinata istruzione. Il problema è trasformare l’ignoranza, la volgarità e l’assenza di contenuti in un motivo di orgoglio, facendo della propria esposizione pubblica una vera e propria professione dell’apparire.
E così, mentre qualcuno cerca di costruire cultura, informazione e intrattenimento di qualità, altri sembrano gareggiare a chi riesce a mostrare maggiormente la propria ignoranza.
Anche la lingua italiana, in questi contesti, viene spesso massacrata: errori grammaticali, frasi sconclusionate e un analfabetismo funzionale che diventa quasi parte integrante del personaggio.
Il fenomeno non riguarda soltanto una città o una regione.
È presente praticamente in tutta Italia e trova nei social un terreno particolarmente fertile, perché gli algoritmi premiano spesso ciò che genera reazioni immediate, indipendentemente dalla qualità del contenuto.
A #Siracusa, poi, il fenomeno assume talvolta caratteristiche ancora più curiose.
Alcuni personaggi si presentano come esperti di Urbex, altri come conoscitori del paranormale, altri ancora costruiscono interi personaggi intorno a presunte esplorazioni misteriose.
Nulla di male, naturalmente, nel raccontare luoghi abbandonati o occuparsi di fenomeni paranormali: il problema nasce quando queste attività diventano soltanto il pretesto per creare contenuti sensazionalistici, provocatori o privi di qualsiasi reale valore informativo.
Ma c’è un aspetto che dovrebbe far riflettere molto più seriamente: l’utilizzo dei bambini per ottenere visualizzazioni e interazioni.
Quando un minore viene sistematicamente inserito nei contenuti social di un adulto, trasformandolo in strumento per raccogliere like, commenti e follower, è necessario interrogarsi sulla tutela della sua immagine, della sua dignità e del suo interesse superiore.
Non spetta ai social network né al pubblico improvvisarsi giudici: quando emergono situazioni realmente problematiche, è opportuno che vengano valutate dalle autorità competenti e, ove necessario, dai servizi sociali e dagli organismi preposti alla tutela dei minori.
La libertà di espressione non significa libertà di trasformare tutto in spettacolo.
E soprattutto un bambino non dovrebbe mai diventare uno strumento di monetizzazione, popolarità o consenso digitale.
La domanda che dovremmo porci, allora, è molto semplice: che cosa stiamo insegnando ai nostri ragazzi?
Se il messaggio che passa è che per diventare famosi bisogna urlare, insultare, mangiare davanti a una telecamera, compiere gesti osceni, fingersi esperti di qualcosa e trasformare ogni momento della propria vita in una gag, allora non possiamo sorprenderci quando i più giovani iniziano a imitare quei comportamenti.
Il problema, quindi, non sono soltanto i cosiddetti “fenomeni da social”. Il problema è anche una società che troppo spesso premia la provocazione più della competenza, la volgarità più dell’educazione e il personaggio più della persona.
Forse sarebbe arrivato il momento di smettere di confondere la viralità con il talento.
Perché avere migliaia di visualizzazioni non significa necessariamente avere qualcosa da dire.
E soprattutto, far ridere non significa necessariamente educare.
I social potrebbero essere strumenti straordinari di cultura, informazione e confronto.
Ma per diventarlo davvero serve una scelta: decidere se continuare a dare spazio a chi trasforma la propria stupidità in spettacolo oppure iniziare, finalmente, a premiare chi ha davvero qualcosa da insegnare.
I nuovi “fenomeni” social: quando la demenzialità diventa modello da imitare
