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Dino Cartia: il giornalista che non ha mai smesso di raccontare Siracusa

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Ci sono giornalisti che raccontano una città e poi ci sono giornalisti che, con il trascorrere degli anni, finiscono per diventare parte integrante della memoria di quella stessa città. Corrado “Dino” Cartia appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Nato a Siracusa il 5 dicembre 1941 e scomparso il 1° dicembre 2012, a pochi giorni dal suo settantunesimo compleanno, Cartia ha attraversato una delle stagioni più importanti e affascinanti dell’informazione italiana, quella nella quale la radio, la televisione pubblica, l’editoria e le prime emittenti private stavano modificando profondamente il modo di raccontare la realtà. La sua non fu una carriera costruita soltanto dietro una scrivania o dentro una redazione, ma un lungo percorso umano e professionale vissuto nel cuore della notizia, sempre con lo sguardo rivolto alla sua Siracusa e alla Sicilia. Prima ancora della televisione, per Cartia ci fu l’editoria. Fondò la Editrice Meridionale, successivamente trasferita a Roma nel 1972 e trasformata in Cartia Editrice, arrivando nel corso degli anni a pubblicare circa duecento libri. Un’attività che racconta già una precisa concezione del giornalismo: informare, ma anche conservare, documentare e consegnare alle generazioni future una parte della storia contemporanea. Poi arrivò la televisione, e con essa una nuova fase della sua vita professionale. Nel 1975 assunse la direzione di Antenna 4 e l’anno successivo approdò a Teleregione Roma, occupandosi di programmi culturali e di intrattenimento. In quegli anni la televisione privata italiana stava muovendo i suoi primi passi e Cartia fu tra coloro che compresero immediatamente la forza di quello strumento. Per lui la televisione non era soltanto una macchina capace di portare immagini nelle case, ma una vera e propria piazza pubblica, un luogo nel quale una comunità poteva incontrarsi, riconoscersi e confrontarsi.
Nel 1981 arrivò l’esperienza nell’ambito radiofonico della Rai, proseguita fino al 1994, insieme alla collaborazione con la sede regionale Rai Sicilia per la provincia di Siracusa. Parallelamente Cartia continuò a lavorare nel mondo delle televisioni locali, passando attraverso esperienze come Video Siracusa, Video Regione e Telemarte. Ed è proprio nel giornalismo locale che il suo nome avrebbe assunto un significato particolare. Cartia non era soltanto il giornalista che arrivava quando un avvenimento diventava una notizia. Era il giornalista che conosceva il territorio prima ancora che quel territorio finisse sulle pagine dei giornali o davanti alle telecamere. Conosceva le strade, le persone, le istituzioni, le associazioni, le trasformazioni sociali e culturali di una Siracusa che nel corso della sua vita cambiò profondamente. Conosceva la città perché ne aveva seguito la vita quotidiana, le difficoltà, le emergenze e le speranze. E questa conoscenza rappresentava la vera forza del suo modo di fare informazione.
Uno degli episodi che meglio restituisce il carattere del suo giornalismo è legato al terremoto del 13 dicembre 1990, quando una violenta scossa colpì la Sicilia sud-orientale. In quelle ore drammatiche Cartia fu impegnato in una lunga diretta informativa dagli studi di TVS Notizie, cercando di raccontare ciò che stava accadendo e, nello stesso tempo, di fornire alla popolazione informazioni utili in una situazione di grande paura e incertezza. Oggi siamo abituati alle dirette continue, ai social network, alle notifiche istantanee e alla possibilità di seguire un evento da qualsiasi parte del mondo con un telefono cellulare. Allora non esisteva nulla di tutto questo. C’erano una redazione, una telecamera, un microfono, alcuni collegamenti e un giornalista chiamato a metterci la faccia. Dall’altra parte dello schermo c’erano migliaia di persone che cercavano una risposta alla domanda più semplice e più importante: cosa sta succedendo? È proprio in momenti come questo che il giornalismo smette di essere soltanto una professione e diventa servizio pubblico.
Negli anni Novanta Cartia arrivò anche alla direzione di Tele Marte Siracusa, portando avanti una formula informativa particolarmente attenta alla cronaca locale e alla tempestività. Le ricostruzioni della sua attività ricordano la scelta di proporre tre edizioni quotidiane del telegiornale, tutte in diretta, in un periodo nel quale le televisioni locali rappresentavano per moltissimi cittadini uno dei principali strumenti attraverso cui conoscere ciò che accadeva nella propria città e nella propria provincia. Dietro quelle dirette c’era una macchina fatta di giornalisti, operatori, tecnici, telefonate, collegamenti e lavoro quotidiano. Era un giornalismo nel quale la notizia aveva ancora un peso concreto, perché bisognava cercarla, verificarla e raccontarla. E soprattutto bisognava assumersene la responsabilità davanti al pubblico.
Ma Corrado Cartia non fu soltanto un uomo di cronaca e televisione. La sua attività si intrecciò profondamente con la memoria storica e culturale della sua terra. Fu autore di pubblicazioni dedicate alla Sicilia e a Siracusa, tra cui Pezzi a Memoria, pubblicato nel 2003, Vermexio racconta, del 2006, e La Provincia racconta, del 2009. Nel 1979 aveva inoltre pubblicato un libro di poesie. In queste opere emerge un’altra dimensione del suo lavoro: la volontà di lasciare una testimonianza. Per Cartia raccontare significava anche impedire che persone, avvenimenti e storie venissero cancellati dal tempo. Il cronista consegna alla comunità una notizia, ma il giornalista che conosce profondamente il proprio territorio può arrivare a consegnarle qualcosa di ancora più prezioso: la memoria.
E Siracusa, nel tempo, ha scelto di non dimenticarlo. Nel 2019 la città gli ha dedicato un’area verde e un parco giochi in piazza Adda, tra via Basento, via Adige, via Tevere e via Tagliamento. Alla cerimonia parteciparono le figlie Loredana e Barbara, il sindaco Francesco Italia, rappresentanti dell’Ordine dei giornalisti, dell’Assostampa e colleghi che avevano condiviso con Cartia anni di lavoro. La scelta di dedicargli uno spazio pubblico frequentato quotidianamente da famiglie e bambini assume un significato particolare, perché restituisce il giornalista alla sua comunità non come una figura chiusa dentro una fotografia del passato, ma come un nome che continua a vivere nello spazio pubblico della città.
A distanza di anni dalla sua scomparsa, la figura di Corrado “Dino” Cartia continua così a interrogare anche il giornalismo contemporaneo. In un’epoca nella quale la velocità sembra spesso prevalere sulla verifica, nella quale una notizia può diventare virale in pochi secondi e nella quale chiunque può trasformarsi apparentemente in un comunicatore, la sua esperienza ricorda che fare giornalismo significa prima di tutto conoscere, verificare e assumersi la responsabilità di ciò che si racconta. Significa stare sul territorio, ascoltare le persone, comprendere i problemi di una comunità e avere il coraggio di raccontarne anche le contraddizioni. Cartia attraversò radio, televisione, editoria e informazione locale, costruendo un percorso nel quale cultura, cronaca e territorio non furono mai compartimenti separati, ma parti di un’unica idea di comunicazione.
Forse è proprio questo il senso più profondo dell’eredità lasciata da Corrado “Dino” Cartia. Non soltanto i libri pubblicati, le trasmissioni realizzate, i telegiornali condotti o le dirette rimaste nella memoria di chi lo seguì. Il suo lascito più importante è l’idea di un giornalismo profondamente legato alla comunità, capace di raccontare la realtà senza dimenticare che dietro ogni notizia esistono persone, famiglie e destini. Un giornalismo che non considera il territorio soltanto come il luogo nel quale accadono i fatti, ma come una parte della propria identità.
Oggi il suo nome continua a essere legato a Siracusa. È inciso su una targa, ma soprattutto è rimasto nella memoria di chi lo ha conosciuto, ascoltato e seguito. E forse è proprio questo il riconoscimento più autentico per un giornalista: non un premio, non una fotografia, non una celebrazione, ma la capacità di continuare a essere ricordato dalla città che ha raccontato. Perché alla fine il destino di un vero cronista è proprio questo: passare una vita a raccontare gli altri e diventare, un giorno, lui stesso una storia da raccontare. E a Siracusa, la storia di Corrado “Dino” Cartia non è ancora finita.

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