Una vita trascorsa al servizio dello Stato, prima nell’Esercito e poi per quasi quarant’anni nei Vigili del Fuoco di Catania, segnata da una lunga esposizione all’amianto. È la storia di C.R.L.M., morto a 72 anni il 28 dicembre 2023 dopo aver combattuto contro un mesotelioma pleurico, diagnosticato il 16 dicembre 2019.
Il Tribunale di Catania aveva riconosciuto il legame tra la malattia e l’esposizione professionale all’amianto, accogliendo in larga parte il ricorso proseguito dalla vedova dopo la morte dell’uomo, assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto. Le due amministrazioni, Ministero della Difesa e Ministero dell’Interno, erano state condannate in solido al pagamento dei benefici spettanti alla vedova.
Ora, però, la vicenda torna davanti ai giudici. Entrambi i ministeri hanno infatti impugnato la decisione e il procedimento proseguirà in appello.
Secondo quanto ricostruito dal Tribunale, la prima esposizione risale al periodo del servizio militare di leva, quando L.M. prestava servizio come “marconista carro” e operava anche all’interno dei mezzi militari. Durante le esercitazioni sarebbe entrato in contatto con dotazioni e componenti contenenti amianto, presente anche negli apparati radio, nei mezzi di trasporto e negli ambienti di lavoro.
Terminata la leva, iniziò il lungo periodo nei Vigili del Fuoco di Catania. Per circa quarant’anni lavorò prima nell’Ufficio rimessa e successivamente nelle attività di riparazione e manutenzione di veicoli e attrezzature tecniche, rimanendo quotidianamente a contatto con mezzi e materiali che avrebbero determinato una seconda e prolungata esposizione.
Documentazione, testimonianze e consulenza tecnica d’ufficio hanno portato il giudice a ritenere che l’amianto respirato durante il servizio abbia avuto un ruolo concausale determinante nell’insorgenza del mesotelioma, in assenza di altri fattori estranei all’attività lavorativa capaci, da soli, di spiegare la malattia.
La sentenza ha inoltre evidenziato carenze sul fronte della prevenzione: le amministrazioni non avrebbero dimostrato l’adozione di adeguate misure di protezione, né una corretta informazione sui rischi, dispositivi di protezione specifici e una sorveglianza sanitaria mirata.
«Dietro ogni causa ci sono vite distrutte e famiglie che hanno già pagato un prezzo altissimo – afferma Bonanni –. Quando a essere colpito è un uomo che ha speso la propria vita al servizio dello Stato, continuare ad opporsi al riconoscimento dei suoi diritti significa infliggere alla famiglia un’ulteriore sofferenza».
L’ONA annuncia che continuerà ad assistere la vedova nel giudizio d’appello, chiedendo la conferma del riconoscimento ottenuto in primo grado.
