Ex ILVA di Taranto, Calenda attacca via social: «Hanno fatto di tutto per chiudere la più grande acciaieria d’Europa»

Il leader di Azione duro su Facebook contro magistratura, politica e associazioni: «Perso il più grande investimento industriale del Mezzogiorno».
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ROMA / TARANTO – Torna al centro dello scontro politico la drammatica ed infinita vertenza dell’ex ILVA di Taranto. Con un post al vetriolo pubblicato sui propri canali social, il leader di Azione ed ex Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha espresso un durissimo affondo contro la gestione politica, giudiziaria e territoriale che ha accompagnato le vicende dello stabilimento siderurgico pugliese negli ultimi anni.

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L’esponente politico ha puntato l’indice contro una pluralità di attori istituzionali e locali, ritenuti responsabili della paralisi produttiva dell’impianto.

Le dichiarazioni di Calenda: «Affossato il più grande impianto del Sud»

Nel suo intervento, l’Onorevole Calenda ha riassunto in poche e sferzanti righe quello che considera il fallimento della politica industriale e istituzionale italiana sul dossier Taranto:

«Tanto hanno fatto la magistratura, il Conte 2, Emiliano, Urso, sindaci vari e associazioni che alla fine sono riusciti a chiudere la più grande acciaieria d’Europa e il più grande investimento industriale del mezzogiorno».

— Carlo Calenda, Leader di Azione

I bersagli del leader di Azione: dalla Magistratura ai Governi

La presa di posizione di Calenda va a colpire direttamente le tappe chiave che hanno segnato la complessa vicenda dell’ex ILVA:

  • Il ruolo della Magistratura e dei Sindaci: I ripetuti sequestri giudiziari e i ricorsi promossi dalle amministrazioni comunali e dalle associazioni ambientaliste.
  • I Governi (Conte II e MIMIT): Le scelte strategiche adottate dall’esecutivo guidato da Giuseppe Conte con l’ingresso di Invitalia, fino alla gestione odierna del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.
  • La Regione Puglia: La linea politica tenuta dal Governatore Michele Emiliano, da sempre critico sulle modalità di decarbonizzazione e sull’impatto sanitario dell’impianto.

Un attacco frontale che riaccende i riflettori sul futuro dell’acciaio in Italia e sul destino di migliaia di lavoratori e dell’indotto dell’area di Taranto

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