Favor rei


Considerazioni preoccupate sulla proposta depenalizzazione della responsabilità penale colposa dei medici.
In questi giorni sta avendo un certo risalto nella stampa, specializzata e non, la proposta del Ministro della Salute Orazio Schillaci di depenalizzare la responsabilità colposa per la classe medica.
Si intenderebbe, in estrema sintesi, rendere non perseguibili penalmente tutti quei comportamenti da cui sia derivata la morte o, comunque, conseguenze negative per il paziente, nel caso in cui siano riconducibili a imperizia o negligenza del medico.
Quest’ultimo cioè, resterebbe penalmente responsabile solo se ne fosse dimostrata la volontà (il dolo) di arrecare un danno, negli altri casi, invece, rimarrebbe la sola responsabilità civile (la possibilità quindi di richiedere un risarcimento economico del danno subito).
L’argomentazione a sostegno di questa proposta risiederebbe nella volontà di “liberare” i medici dall’oppressione delle chiamate in giudizio per presunte responsabilità da parte del paziente, o dei suoi eredi, che sarebbe alla base di due diverse serie di problemi.
Da un lato, l’ormai frequente diffusione della cosiddetta “medicina preventiva”, quell’atteggiamento per cui, al fine di difendersi dai rischi di un giudizio e non per una vera necessità clinica, il medico prescrive un’enorme mole di esami al paziente che ha in cura, così da precostituirsi la prova di aver fatto tutto quanto fosse umanamente possibile per evitare l’esito infausto.
Dall’altro lato, quello di evitare l’affollarsi di giudizi di responsabilità medica, spesso basati su ingiustificati atteggiamenti vendicativi del paziente o dei suoi eredi, che rappresentano un sempre maggior costo per il sistema giustizia, oltre che il medico coinvolto.
A sostegno di questa lettura si è letto che il Ministro Schillaci ha utilizzato dei dati statistici secondo i quali, nella realtà dei processi, si arriverebbe ad una condanna del medico indicato “solo” nel 30 per cento dei casi.
Ora, se è vero che la pretesa di essere scriminati per i casi di responsabilità penale colposa è una richiesta avanzata da tempo dalla classe medica, occorre avere presente che ci sono delle ragioni per cui ciò fino ad ora non è avvenuto, mentre appare in qualche modo singolare che il Ministro, che in questi pochi mesi risulta aver fatto poco o niente per affrontare alcune gigantesche criticità emergenti nel settore, si stia invece concentrando proprio su questo tema.
Nelle sue stesse argomentazioni riposa quella che pare essere un’evidente contraddizione, riconoscere che un medico su tre chiamato in giudizio per responsabilità penale colposa finisca per essere condannato, lungi dal costituire un argomento per la depenalizzazione sembra, di per sé, andare in senso esattamente opposto.
Considerata, infatti, la complessità del processo penale in questione, la sua lunghezza e i suoi costi, numeri di condanne come quelli indicati dal Ministro giustificano eccome che tale responsabilità resti applicata al fine di garantire un minimo e indispensabile livello di protezione ai pazienti che abbiano la disgrazia di imbattersi in medici non idonei, così come di tutti i pazienti in genere, anche per l’effetto di deterrenza che una simile possibilità non può che determinare.
La circostanza, poi, per cui, magari anche grazie alla pubblicità di società che promettono risarcimenti milionari per il minimo errore medico – malcostume che sarebbe obbligatorio punire per le autorità – ci sia un notevole numero di giudizi fondati su ragioni pretestuose, può trovare freno adeguato nelle pronunzie dei giudici che hanno tutti gli strumenti per punire chi abusi in maniera evidente del processo penale.
Viceversa, del resto, non appare ragionevole e corretto, lasciare un simile numero di medici inidonei (tralasciando la circostanza per cui, comunque, non sempre il giudizio penale viene attivato) del tutto liberi di continuare a svolgere il loro fondamentale ruolo, con la sola preoccupazione della responsabilità per risarcimento danni che è oggetto di forme assicurative di vario genere.
Tuttavia, la rilevanza delle argomentazioni illustrate, sembra a ben vedere scolorire, se si riflette sul momento storico in cui la proposta in questione viene avanzata.
Ci troviamo in un periodo in cui, piano piano, si sta diffondendo la consapevolezza di aver assistito ad una serie inaccettabile di abusi nei confronti dei diritti dei cittadini e, tra questi abusi, ottima posizione occupano le modalità con cui è stata gestita una dichiarata emergenza sanitaria i cui esatti contorni si vanno ogni giorno, per chi vuole informarsi adeguatamente, delineando come assai distanti da quelli che una propaganda martellante ha voluto raccontarci così come, del resto continua a fare.
Ci siamo trovati, per la prima volta si direbbe, di fronte ad una malattia “incurabile” ex se, cioè prima e a prescindere che si provasse a curarla, nonostante si disponesse di un armamentario farmacologico storicizzato nei confronti di infezioni analoghe delle vie respiratorie.
Eppure, le indicazioni terapeutiche che hanno risuonato per anni nella case degli italiani sono state quelle di “tachipirina e vigile attesa” (ancora non del tutto sopite) che, nei fatti, hanno rappresentato una sorta di via libera all’infezione affinché facesse il suo corso, senza che la farmacopea disponibile fosse minimamente utilizzata.
Alle ovviamente conseguenti ospedalizzazioni, si è spesso parimenti risposto con tecniche inappropriate (la iper-ventilazione meccanica) che, per un incomprensibile decisione di non fare o ritardare le autopsie ai deceduti, si è continuato a praticare a lungo prima, finalmente, di capire che nella gran parte dei casi acceleravano i decessi anziché evitarli.
Orbene, non si vorrebbe che, nelle reali intenzioni di chi propone la sopra richiamata depenalizzazione, ci sia più una lettura rivolta al passato che, come affermato, chiaramente anche dalla stampa, mirante al futuro.
In questo senso depone, in particolare, una considerazione che non si è ancora visto sollevare ma che assume, in questa ottica, un rilevanza fondamentale.
Il principio penalistico del Favor Rei, operante in questa materia, determina un sostanziale effetto retroattivo delle norme abroganti le ipotesi di reato nel senso per cui, se un determinato comportamento non è più perseguibile come reato, ciò non riguarda solo le vicende future, ma anche quelle passate in cui non si sia eventualmente raggiunta una sentenza definitiva di condanna.
In breve, io non posso essere condannato per un reato che tale non è, secondo la legge, nel momento in cui il giudice è chiamato a pronunziarsi su di esso.
Ecco che, allora, è forte la sensazione che si stia in realtà avendo come obiettivo quello di scriminare tutti i componenti della classe medica che, in qualche modo, abbiano deciso di seguire supinamente le indicazioni di trattamento di provenienza ministeriale, venendo in realtà meno agli obblighi fondamentali assunti al momento di entrare nella professione con il giuramento di Ippocrate.
Il dubbio trova poi ancora maggior forza se si pensa che, per i c.d. “medici vaccinatori”, già il legislatore ha predisposto un apposito strumento normativo chiamato “scudo penale” onde liberarli da qualsiasi conseguenza derivante dall’inoculazione ai cittadini di una sostanza pur garantita, in tutti modi possibili, sicura ed efficace.
Proprio quest’ultima circostanza denota, infatti, che chi non apparteneva alla specifica categoria medica appena richiamata, non può avvalersi dello “scudo” in questione risultando, al momento in cui si scrivono queste righe, pienamente soggetto alla responsabilità penale colposa laddove emergessero nei suoi comportamenti profili idonei a concretizzarne la fattispecie.
Questo però, come detto, verrebbe a non essere più possibile in presenza della depenalizzazione così fortemente prospettata dal Ministro della Salute.
Credo che questa di situazione le forze politiche e l’opinione pubblica dovrebbero essere ben consapevoli, prima che un simile progetto di legge giunga in Parlamento, ciò affinché tutte le implicazioni coinvolte possano essere oggetto di un doveroso approfondimento e valutazione.
In effetti, per chi scrive e allo stato attuale, sussisterebbero tutti i profili di un possibile colpo di spugna su quanto appena avvenuto e di un sostanziale svuotamento del ruolo e degli obiettivi che, invece, dovrebbero essere perseguiti dalla Commissione Parlamentare sul Covid che, si dice, inizierà i suoi lavori a breve.

Gianfrancesco Vecchio

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