Presentazioni istituzionali e acquisto di copie con fondi pubblici, ma senza rispetto della Legge 106/2004

Un paradosso che costa caro alla trasparenza

OPINIONE – Accade più spesso di quanto si pensi: un Comune finanzia la pubblicazione di un libro, organizza la presentazione ufficiale in una sala istituzionale, acquista copie da distribuire ai cittadini. Tutto regolare, apparentemente. Ma c’è un dettaglio che sfugge: quella pubblicazione non è mai stata depositata presso le Biblioteche Nazionali, come prevede la Legge 15 aprile 2004, n. 106.

Un obbligo di legge disatteso, con la complicità – spesso inconsapevole – dell’ente pubblico che eroga il contributo.

La legge è chiara

Ogni editore che pubblica un’opera deve depositare gratuitamente 2 copie presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e 2 presso quella di Roma, entro 30 giorni dalla pubblicazione. Non è un optional: è un obbligo sancito per legge, con sanzioni amministrative da 103 a 619 euro per ogni opera non depositata.

Le finalità sono nobili: conservare il patrimonio culturale, documentare la produzione editoriale nazionale, tutelare il diritto d’autore, garantire l’accessibilità pubblica e alimentare la bibliografia nazionale.

Il paradosso dei contributi pubblici

Eppure, molti Comuni erogano contributi per pubblicazioni che non rispettano questo obbligo. Presentano il libro in sala consiliare, lo distribuiscono gratuitamente, lo promuovono come iniziativa culturale istituzionale. Ma non verificano se l’opera sia stata depositata, se abbia un codice ISBN, se sia catalogata nel Sistema Bibliotecario Nazionale (SBN).

Il risultato? Fondi pubblici utilizzati per opere che non entrano nel patrimonio culturale del Paese, che non sono tracciabili, che non rispettano la legge.

Consulenti senza competenze editoriali

Il problema si aggrava quando a gestire questi procedimenti sono consulenti dell’ente privi di competenze specifiche in materia editoriale. Figure che ricoprono incarichi delicati senza conoscere le normative di settore, creando difficoltà operative allo stesso ente e millantando saperi che non possiedono.

Il risultato è un cortocircuito amministrativo: si erogano fondi pubblici senza verificare i requisiti minimi di legge, si avallano progetti editoriali senza controllarne la regolarità, si firma per iniziative culturali che restano fuori dal circuito istituzionale nazionale.

Trasparenza a metà

Un Comune che finanzia una pubblicazione dovrebbe pretendere:

  • Ricevuta del deposito legale
  • Codice ISBN
  • Catalogazione SBN
  • Rendicontazione trasparente

Senza questi requisiti, come si giustifica l’uso di denaro pubblico? Come si dimostra che il contributo ha prodotto un risultato culturale concreto e duraturo?

La risposta è semplice: non si può.

Chi ci perde?

Tutti. Il Comune, che eroga fondi senza garanzie di regolarità. I cittadini, che vedono risorse pubbliche investite in opere “invisibili” al sistema culturale nazionale. L’editore stesso, che perde visibilità istituzionale, credibilità e la possibilità di accedere ad altri bandi pubblici.

Una questione di serietà

Il deposito legale non è burocrazia fine a se stessa. È lo strumento che distingue una pubblicazione seria da un prodotto occasionale. È la garanzia che un’opera finanziata con soldi pubblici entri davvero nel patrimonio collettivo.

Quando un Comune finanzia una pubblicazione senza verificare il rispetto della Legge 106/2004, affidandosi a consulenti privi delle competenze necessarie, non sta solo violando un principio di trasparenza. Sta rinunciando a valorizzare davvero il proprio territorio e mettendo a rischio la corretta gestione delle risorse pubbliche.

La domanda è semplice: se un’opera non esiste per le Biblioteche Nazionali, perché dovrebbe esistere per le casse comunali?

By Bruno Malabate

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