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Il carabiniere che sfidò la “Uno Bianca”

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Ci sono uomini che la morte porta via, ma che la storia non può permettersi di dimenticare. Emanuele Tamiazzo appartiene a questa categoria.
Il maresciallo dei Carabinieri, medaglia d’oro al merito civile e vittima del terrorismo, è morto il 23 novembre 2025, dopo una malattia, lasciando dietro di sé una storia umana e professionale che merita di essere raccontata e tramandata.
La notizia della sua scomparsa suscitò particolare cordoglio a Pramaggiore, dove viveva.
Il nome di Emanuele Tamiazzo è indissolubilmente legato a una delle pagine più buie della criminalità italiana: quella della Banda della Uno Bianca, il gruppo criminale composto prevalentemente da appartenenti alle forze dell’ordine che tra gli anni Ottanta e Novanta seminò sangue e terrore tra Emilia-Romagna e Marche.
Era il 15 gennaio 1991, a Pianoro, in provincia di Bologna.
Tamiazzo era allora vice brigadiere dell’Arma dei Carabinieri.


Durante una rapina a un distributore di carburante si trovò davanti a due uomini armati appartenenti alla banda. Non esitò ad affrontarli.
Fu una decisione drammatica.
I criminali aprirono il fuoco contro di lui e Tamiazzo venne gravemente ferito.
Ma il carabiniere, nonostante le ferite, reagì utilizzando la propria arma e riuscì a costringere i malviventi alla fuga.
È proprio questa azione che, anni dopo, sarebbe stata riconosciuta ufficialmente come un esempio straordinario di coraggio e senso del dovere.
Le conseguenze di quella sparatoria furono pesanti. Tamiazzo rimase ricoverato per circa un mese e riportò importanti lesioni, tra cui una frattura all’ischio destro. Durante il processo alla Banda della Uno Bianca raccontò davanti ai giudici quei drammatici momenti e anche le conseguenze che l’agguato ebbe sulla sua vita e sulla sua famiglia.
Ma la violenza della banda non si fermò al sangue versato.
Dopo il ferimento di Tamiazzo, alla stazione dei Carabinieri di Pianoro arrivarono anche telefonate minatorie indirizzate proprio a lui e ai suoi colleghi. Quelle minacce dimostrano quanto fosse spietata la realtà con la quale il maresciallo aveva deciso di confrontarsi.
Lo Stato, tuttavia, non dimenticò il suo sacrificio.
Nel 2011 a Emanuele Tamiazzo venne conferita la Medaglia d’oro quale vittima del terrorismo, riconoscimento legato agli eventi subiti per mano dei criminali della Uno Bianca.
La consegna avvenne nel maggio dello stesso anno, per mano dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni.
Nel 2013 arrivò un altro prestigioso riconoscimento: la Medaglia d’oro al merito civile, conferita dal Presidente della Repubblica.
La motivazione ufficiale del Quirinale parla di “eccezionale coraggio e ferma determinazione” e sottolinea come Tamiazzo avesse messo a rischio la propria vita per salvaguardare quella delle persone presenti.
Una medaglia, però, non può raccontare interamente la vita di un uomo.
Dietro quella divisa c’era un marito, un padre, un uomo che dopo quella terribile esperienza dovette convivere con le conseguenze fisiche e psicologiche di ciò che era accaduto.
E c’era soprattutto un servitore dello Stato che non smise di credere nel significato della propria uniforme.
Nel corso degli anni Tamiazzo continuò anche a seguire con attenzione le vicende giudiziarie legate agli uomini della Uno Bianca.
Nel 2017, per esempio, espresse pubblicamente il proprio sconcerto per la concessione della semilibertà a Marino Occhipinti, uno dei componenti della banda. Il suo intervento mostrava quanto profondo fosse rimasto il dolore delle vittime e quanto forte fosse in lui il senso di giustizia.
Poi, il 23 novembre 2025, è arrivato il momento dell’addio.
Non lo ha portato via una pallottola, come quella che avrebbe potuto ucciderlo quella sera del gennaio 1991.
Non lo ha fermato la criminalità che aveva sfidato a viso aperto.
Emanuele Tamiazzo è morto dopo una malattia, molti anni dopo aver guardato negli occhi la morte durante quel conflitto a fuoco.
Ed è proprio questo che rende ancora più significativa la sua storia.
Perché Tamiazzo non deve essere ricordato soltanto come “il carabiniere ferito dalla Uno Bianca”.
Deve essere ricordato come un uomo che, nel momento in cui gli altri erano in pericolo, scelse di intervenire.
Il Presidente della Repubblica lo ha riconosciuto ufficialmente: il suo comportamento fu un esempio di virtù civiche, senso del dovere e amore per la società.
Oggi Emanuele Tamiazzo riposa nel silenzio, lontano dai riflettori che negli anni hanno raccontato la sua storia.
Non sono le medaglie, però, a consegnarlo alla memoria.
È il gesto compiuto quel 15 gennaio 1991.
È quella scelta di non voltarsi dall’altra parte.
È quella divisa indossata fino in fondo come simbolo di servizio.
E allora, nel ricordare Emanuele Tamiazzo, non ricordiamo soltanto una vittima della criminalità organizzata. Ricordiamo un carabiniere che ha scelto di essere dalla parte dello Stato quando essere dalla parte dello Stato significava rischiare la vita.
La sua storia appartiene all’Arma dei Carabinieri, alla sua famiglia e a tutti gli italiani.
E soprattutto appartiene alla memoria.
Perché uomini come Emanuele Tamiazzo possono morire, ma il loro coraggio non deve morire con loro.

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