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La Repubblica delle targhe

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Esiste una politica che costruisce il futuro. E poi ne esiste un’altra che costruisce… targhe.
È una strana malattia del potere, silenziosa ma contagiosa. Colpisce soprattutto chi, una volta conquistata una poltrona, confonde il mandato ricevuto dai cittadini con una personale consacrazione alla gloria. Il risultato è sempre lo stesso: ogni opera pubblica, grande o piccola, deve diventare il palcoscenico dell’amministratore di turno.
Una panchina? Targa.
Un’aiuola? Targa.
Un marciapiede rifatto? Targa.
Una fontanella riparata? Targa.
Manca soltanto la targa sulla porta del municipio con scritto: “Qui si respira grazie all’attuale amministrazione”.
L’ironia, purtroppo, lascia presto spazio alla riflessione.
Perché mentre si organizzano inaugurazioni, tagli del nastro, servizi fotografici e comunicati stampa, la vita reale continua a bussare con problemi ben più seri: strade dissestate, giovani che partono, attività commerciali che chiudono, periferie dimenticate e cittadini che chiedono semplicemente servizi efficienti.
La politica, quella autentica, non ha bisogno di scolpire il proprio nome sul marmo. Lo scolpisce nella memoria collettiva attraverso le scelte coraggiose, la competenza e la capacità di migliorare la qualità della vita di una comunità.
Chi sente il bisogno di lasciare continuamente la propria firma su ogni opera pubblica, forse dovrebbe chiedersi se stia costruendo consenso o semplicemente alimentando il proprio ego.
L’amministrazione non è un esercizio di narcisismo istituzionale.
Il municipio non è un teatro. Il bilancio comunale non è un copione. I cittadini non sono il pubblico chiamato ad applaudire ogni passerella.
Il rischio è che si governi più per la fotografia che per i risultati. Più per il post sui social che per il bene comune. Più per il titolo sul giornale che per la soluzione dei problemi.
Le opere pubbliche appartengono ai cittadini. Sono pagate dai cittadini. Esistono grazie ai sacrifici dei cittadini. Non sono monumenti personali né medaglie da appuntarsi sul petto.
La vera grandezza di un amministratore si misura quando non ha più alcun incarico. Se, anni dopo, il suo nome continua a essere pronunciato con rispetto, significa che ha governato bene. Se invece resta soltanto una targa impolverata, allora quella non è memoria: è vanità scolpita nella pietra.
Forse è arrivato il momento di riscoprire una parola quasi dimenticata: sobrietà.
La buona politica non ha bisogno di celebrarsi ogni settimana. Ha bisogno di lavorare ogni giorno.
Perché i cittadini non cercano protagonisti. Cercano amministratori.
E la storia, quella vera, non viene scritta sul marmo. Viene scritta nelle coscienze di chi, grazie a una buona amministrazione, ha vissuto un po’ meglio.

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