Our website use cookies to improve and personalize your experience and to display advertisements(if any). Our website may also include cookies from third parties like Google Adsense, Google Analytics, Youtube. By using the website, you consent to the use of cookies. We have updated our Privacy Policy. Please click on the button to check our Privacy Policy.

La Sicilia brucia nell’inerzia delle istituzioni: il duro atto d’accusa del forestale Guglielmo Monello

Seguici e aiutaci a crescere

Un’inchiesta sulle criticità della prevenzione incendi nell’isola. Dalle norme disattese ai presidi abbandonati nelle riserve naturalistiche, il racconto fluido e senza filtri di chi difende il territorio in prima linea.

Mentre una nube densa di fumo torna a coprire i cieli della Sicilia e il fuoco devasta ettari di macchia mediterranea e colline in tutte le province, nei palazzi della politica regionale va in scena la consueta rappresentazione estiva. Si susseguono passerelle istituzionali, comunicati intrisi di solidarietà e dichiarazioni ad effetto che alimentano una campagna elettorale perenne combattuta proprio sulla pelle dell’ambiente e dei cittadini. Per chi vive la montagna ogni giorno e lavora tra la vegetazione, la realtà dei fatti si presenta con contorni ben diversi da quelli descritti nei salotti della politica. A denunciare la fragilità di un sistema strutturalmente carente è Guglielmo Monello, operaio forestale, secondo il quale l’isola continua a bruciare non solo per le elevate temperature stagionali, ma soprattutto a causa di una letale combinazione tra inefficienze burocratiche, assenza di controlli capillari e un’evidente mancanza di volontà politica nel programmare interventi di tutela a lungo termine.

Analizzando il quadro legislativo, la contraddizione tra ciò che la norma prevede e la sua reale attuazione appare netta e profonda. La Legge Quadro sugli Incendi Boschivi e le disposizioni del Testo Unico degli Enti Locali stabiliscono con precisione le responsabilità dei Comuni, imponendo loro di obbligare i proprietari di terreni privati a realizzare interventi fondamentali di bonifica prima dell’arrivo del grande caldo. La rimozione delle erbe secche, la pulizia dei fondi e la creazione di idonee fasce tagliafuoco rappresentano adempimenti inderogabili da eseguire entro la primavera, supportati da un rigoroso apparato sanzionatorio che prevede contravvenzioni pecuniarie e il deferimento all’autorità giudiziaria ai sensi dell’articolo 650 del Codice Penale per inosservanza dei provvedimenti amministrativi. La normativa offre persino agli enti locali la possibilità di intervenire d’ufficio per ripulire le aree a rischio adiacenti ai centri abitati, addebitando interamente i costi ai privati inadempienti.

Tuttavia, come evidenziato da Monello, la prassi quotidiana trasforma queste prescrizioni in un mero esercizio burocratico. Le ordinanze dei sindaci vengono spesso pubblicate a stagione estiva già inoltrata, rimanendo confinate negli albi pretori digitali senza che vi sia una reale struttura operativa capace di farle rispettare sul campo. Questa assenza di verifiche preventive fa sì che strade perimetrali e valloni restino soffocati da cumuli di rifiuti e vegetazione incolta alta metri, pronti a trasformarsi in veri e propri inneschi alla prima scintilla. Parallelamente, il Corpo Forestale – dotato di poteri di controllo e sanzione – soffre una gestione organizzativa che tende a relegare le forze impiegate al lavoro d’ufficio anziché valorizzare il pattugliamento preventivo dei settori maggiormente vulnerabili, lasciando scoperto il territorio nei mesi cruciali che precedono le emergenze.

La carenza di vigilanza mostra il suo volto più drammatico all’interno delle riserve naturali di maggior pregio dell’isola. Monello sottolinea come interi ecosistemi vengano progressivamente privati dei servizi essenziali di sorveglianza e prevenzione. L’esempio simbolo di questo degrado operativo è rappresentato dalla Riserva di Cavagrande del Cassibile, descritta dall’operatore forestale come una vera e propria bomba ad orologeria lasciata priva di un presidio fisso e persino priva delle fondamentali torrette di avvistamento attive, indispensabili per cogliere sul nascere qualsiasi focolaio.

Per uscire da una logica puramente emergenziale e bloccare la distruzione del patrimonio naturalistico, Monello delinea una strategia di intervento concreta e fondata sull’esperienza diretta di chi lavora nei boschi. Il primo passo risiede in una mappatura immediata e capillare delle aree adiacenti ai centri abitati e alle riserve a maggior rischio di innesco, consentendo all’Azienda Forestale di procedere con bonifiche d’ufficio tempestive e di addebitare rigorosamente le spese sostenute ai proprietari dei terreni abbandonati. Contestualmente, risulta indispensabile garantire un presidio continuativo h24 attraverso la riapertura delle torrette di avvistamento, il ripristino delle stazioni fisse nelle aree protette e il ritorno effettivo del personale forestale lungo i sentieri e le vie d’accesso.

Infine, la gestione della fase successiva ai roghi richiede un’intransigenza assoluta: dove il fuoco ha devastato il paesaggio devono scattare immediatamente i divieti previsti per la caccia e il pascolo abusivo, accompagnati da un piano strutturato di ripiantumazione delle specie autoctone. La prevenzione dei roghi non può continuare ad essere trattata come una crisi congiunturale da affrontare a luglio e agosto, ma deve diventare un impegno programmato e operativo per tutti i trecentosessantacinque giorni dell’anno. Solo attraverso un cambio di passo radicale la politica potrà dimostrare la volontà reale di salvaguardare la Sicilia prima che non rimanga più nulla da proteggere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Related Posts