Il 24 settembre 1711 moriva a Mineo Paolo Maura, poeta raffinato e popolare, tra i massimi interpreti della poesia satirico-burlesca siciliana.
Nei suoi versi seppe raccontare con ironia amara le ipocrisie dei potenti, i vizi del clero e le ingiustizie della società del XVII secolo.
Una vita tra amore, carcere e leggenda
Paolo Maura nacque a Mineo il 23 gennaio 1638 da Carlo e Petra Maura. Si formò presso il Collegio dei Gesuiti, dove acquisì una solida preparazione retorica e classica.
La sua vita fu segnata dalla passione per una giovane della potente famiglia Maniscalco. La famiglia di lei si oppose al legame e la ragazza venne rinchiusa nel monastero di Santa Maria degli Angioli; poco dopo, il poeta fu arrestato.
Per giorni Maura si appostò sui gradini della chiesa di Santa Maria della Mercede per scorgere l’amata, alimentando leggende popolari su fughe d’amore.
La prigionia lo condusse prima nel carcere di Piazza Armerina e successivamente nella Vicaria di Palermo. Tornò libero nel 1673, sposò Doralice Limoli e rimase vedovo dopo la prematura scomparsa della moglie.
Il lutto lo spinse a isolarsi nella tenuta di campagna in contrada Camuti, conosciuta come Chianu a Maura.
Proprio a Camuti la tradizione colloca la «Pietra della Poesia», luogo leggendario in cui per decenni i poeti siciliani si sarebbero riuniti per improvvisare e recitare versi.
La Pigghiata e le ottave: il ritratto di una Sicilia inquieta
In una Sicilia del Seicento sottoposta al controllo della corona spagnola e all’immobilismo baronale, la satira divenne per Maura uno strumento per raccontare la realtà.
«La Pigghiata» («La Cattura») è il suo capolavoro: un poemetto epistolare in terzine dantesche, composto durante la prigionia. L’opera conta 575 endecasillabi e trasforma il racconto autobiografico dell’arresto in un affresco della Sicilia del tempo, con ritratti satirici di sbirri, carcerieri, opportunisti e falsi poeti.
La produzione di Maura comprende anche circa 300 ottave in lingua siciliana, le «Canzuni», dedicate ai grandi temi dell’esistenza.
Alla sua opera appartiene inoltre la «Composizione devota sopra l’Ave Maria», composta da venti quartine in lingua toscana in occasione del terremoto del Val di Noto del 1693.
Questo testo testimonia una fede profonda e intima, distinta dall’anticlericalismo rivolto alle gerarchie del tempo.
I versi per la donna amata
Tra i versi di Maura resta il ritratto poetico della donna amata, affidato a un’ottava intensa e appassionata.
| Di chi ti vitti, duci miu dilettu, la bedda libirtà persi ad un trattu; fusti di l’arma mia lu caru oggettu, sacru centru di cui stu cori è fattu. Ma si forsi nun cridi, e vo’ in effettu di quantu ti dich’iu vidiri in attu, spaccami e truvirai ntra chistu pettu pintu a lu cori miu lu to ritrattu. |
Un’eredità culturale da riscoprire
La memoria di Paolo Maura fu rilanciata a metà del Settecento dalle pubblicazioni postume curate dagli editori Ferrer, a Palermo, e Trento, a Caltagirone.
Nella seconda metà dell’Ottocento contribuì a riportare l’autore al centro dell’attenzione Luigi Capuana, suo illustre concittadino, che curò importanti edizioni a stampa delle opere.
Nella seconda metà del Novecento «La Pigghiata» è stata riscoperta anche grazie a due traduzioni italiane: quella pubblicata da Einaudi e firmata da Carlo Muscetta e quella curata per Sellerio da Giuseppe Bonaviri, anch’egli originario di Mineo.
Nonostante l’attenzione di importanti intellettuali, la figura di Maura rischia di cadere nell’oblio presso le nuove generazioni.
La scarsa presenza della letteratura in lingua siciliana nei programmi scolastici può privare i giovani di una parte significativa dell’identità e della storia culturale dell’Isola.
