ROMA – Giornata di forti ribassi sui mercati internazionali delle materie prime energetiche. A innescare un’ondata di vendite su petrolio e gas è stato l’ottimismo legato alle indiscrezioni su una possibile ripresa del dialogo tra Stati Uniti e Iran per la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz.
La reazione degli operatori è stata immediata e consistente:
- WTI (Grezzo USA): Ha registrato perdite fino al 6,7%, toccando un minimo di 97,1 dollari al barile per poi assestarsi a 97,5 dollari (-6,3%).
- Brent (Riferimento europeo): In calo del 6,7% fino a 105,86 dollari, per poi stabilizzarsi a 106,6 dollari (-6%).
- Gas Naturale (TTF di Amsterdam): Flessione ancora più marcata con un -8,5%, scendendo a quota 95 euro per megawattora.
Aperture da Teheran e diplomazia prima del Midterm USA
A determinare la correzione dei listini è stato l’allargamento dei poteri negoziali conferito dalla Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, al governo di Teheran. Il presidente Masoud Pezeshkian – tramite l’agenzia statale Irna – ha confermato di aver ricevuto un mandato preciso per cercare una soluzione diplomatica alla crisi.
La svolta arriva alla vigilia delle elezioni americane di Midterm, mentre circolano indicazioni sulla disponibilità del presidente Donald Trump e del segretario di Stato Marco Rubio ad assecondare la mediazione del Qatar, pur mantenendo attiva la pressione militare.
Le vendite si sono accentuate dopo la proposta del portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, di accelerare i tempi per il ripristino della sicurezza di navigazione. L’Iran si è detto pronto a riaprire il corridoio in 48 ore (rispetto ai sette giorni ipotizzati in precedenza), subordinando la decisione a precise condizioni illustrate dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi:
- Revoca del blocco navale statunitense sui porti iraniani;
- Sblocco dei beni congelati all’estero;
- Rimozione delle restrizioni sulle esportazioni di greggio.
La centralità dello Stretto e la vulnerabilità del GNL
Sebbene la trattativa mostri ancora nodi complessi legati alle concessioni e alle rotte concordate con l’Oman, i mercati hanno iniziato a prezzare la riapertura dell’arteria marittima.
Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), attraverso lo Stretto di Hormuz transita circa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio (pari a circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e raffinati). Un’eventuale ripresa in sicurezza allontanerebbe l’incubo di uno shock dell’offerta, che colpirebbe in primis le economie asiatiche come Cina e India (che nel 2025 hanno assorbito il 44% del greggio in transito).
Ancora più critica è la posizione del Gas Naturale Liquefatto (GNL): da Hormuz passa il 93% delle esportazioni del Qatar e il 96% di quelle degli Emirati Arabi Uniti, rappresentando circa un quinto del commercio globale. A differenza del petrolio – che beneficia di oleodotti alternativi via terra in Arabia Saudita ed Emirati per 3,5-5,5 milioni di barili al giorno – il GNL non dispone di rotte sostitutive. Questa asimmetria logistica spiega la violenta discesa del metano europeo a 95 euro/MWh di fronte ai primi segnali di distensione
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