L’emergenza causata dall’attività dell’Etna ha trasformato i disagi dei viaggiatori in un vero e proprio incubo. Con voli cancellati, aeroporti in tilt e alternative di trasporto praticamente inesistenti, in molti si sono ritrovati completamente abbandonati a se stessi, costretti a cercare soluzioni autonome per non restare bloccati.
A far discutere sono soprattutto le tariffe considerate esorbitanti per raggiungere altri scali siciliani o località utili a proseguire il viaggio. Tra le segnalazioni emerse in queste ore, spicca il caso di una passeggera che si sarebbe vista chiedere 700 euro in contanti per un taxi da Catania a Palermo, mentre per un’auto a noleggio sarebbero stati richiesti 600 euro.
Un episodio che ha acceso polemiche e indignazione. La storia di Claudia è solo uno dei simboli di questi giorni di caos: volo cancellato alle 21.30, nessuna soluzione concreta offerta dalla compagnia, treni esauriti, bus introvabili e taxi disponibili solo a fronte di cifre giudicate fuori scala. Secondo il racconto, nessuna informazione preventiva sarebbe stata fornita ai passeggeri, lasciati ad arrangiarsi in una situazione già resa drammatica dall’emergenza.
Il caso non appare isolato. Per questo il Movimento 5 Stelle ha presentato una interrogazione al Ministero competente, chiedendo di verificare se ci sia stato un sfruttamento sistematico della situazione di emergenza, se il tassametro sia stato utilizzato correttamente e se le tariffe siano state comunicate in modo chiaro prima della partenza.
Come noto, taxi e NCC seguono regole diverse: i taxi sono vincolati alle tariffe comunali, mentre gli NCC dispongono di maggiore libertà tariffaria. Ma resta il nodo centrale: cosa è accaduto davvero nei giorni più critici dell’emergenza Etna e chi ha controllato il rispetto delle regole?
Una domanda che pesa come un macigno: in piena emergenza, i passeggeri sono stati aiutati oppure lasciati in balia di tariffe da capogiro?
