Per la FIOM Sicilia il futuro della raffineria siracusana non può essere considerato una semplice questione societaria. «ISAB è una grande infrastruttura industriale e il suo futuro riguarda la sicurezza degli approvvigionamenti, il lavoro e la politica industriale del Paese», afferma Antonio Recano, coordinatore dei petrolchimici della FIOM Sicilia.
Per anni in Europa sono state chiuse raffinerie e ridotta la capacità produttiva. Oggi la contrazione dell’offerta di prodotti raffinati, le crisi geopolitiche e la crescente dipendenza dalle importazioni mostrano le conseguenze di quelle scelte.
A richiamare questo scenario è stata la stessa Eni che, annunciando il tetto temporaneo ai prezzi di benzina e gasolio, ha collegato l’attuale situazione anche alla riduzione della capacità di raffinazione europea. Eni ricorda che nel continente sono state chiuse quasi 30 raffinerie negli ultimi quindici anni. Un recente studio TEHA-Eni indica inoltre che dal 2009 l’Europa ha perso il 21% della propria capacità di raffinazione, aumentando la dipendenza dalle importazioni, in particolare per prodotti come diesel e jet fuel.
«Questi dati – sottolinea Recano – impongono una riflessione seria anche sul futuro di ISAB. Non possiamo accorgerci dell’importanza della capacità produttiva soltanto quando aumentano i prezzi dei carburanti o quando le tensioni internazionali mettono sotto pressione gli approvvigionamenti».
La raffineria siracusana, secondo la FIOM, non può essere considerata soltanto un asset finanziario destinato a passare da un azionista all’altro.
«ISAB non è semplicemente una società che cambia proprietà – afferma Recano – ma una grande infrastruttura industriale inserita in un settore che riguarda direttamente la sicurezza e la continuità degli approvvigionamenti energetici del Paese».
Da qui la richiesta di un confronto che coinvolga anche i lavoratori e le organizzazioni sindacali.
«Se ISAB è strategica per il Paese, allora il suo futuro deve essere discusso anche con chi dentro quegli impianti lavora ogni giorno. La strategicità di un sito industriale non può essere separata dalle condizioni di lavoro, dagli investimenti, dalla continuità produttiva e dalle prospettive occupazionali».
La transizione energetica rappresenta un altro passaggio decisivo per il futuro del polo di Priolo. Biocarburanti, e-fuels, riciclo chimico, idrogeno e nuove tecnologie a basse emissioni possono rappresentare parte della trasformazione necessaria, ma per la FIOM devono essere accompagnati da investimenti industriali concreti.
«La transizione non può essere soltanto una parola – sostiene Recano – deve tradursi in impianti, investimenti, produzioni e occupazione reale. Dobbiamo costruire le alternative prima che scompaiano le produzioni che dovranno sostituire».
Il rischio, secondo il sindacato, è quello di creare un vuoto produttivo nel quale alla riduzione della capacità industriale nazionale corrisponda un aumento della dipendenza dalle importazioni.
«Non possiamo pensare di decarbonizzare semplicemente riducendo la produzione interna e acquistando dall’estero ciò che non produciamo più. La sicurezza energetica richiede capacità produttiva, mentre la transizione deve essere governata attraverso nuovi investimenti e nuove tecnologie».
