Panarea: nel respiro del vulcano

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A cura di Andrea Murdock Alpini*

Foto by PHY Equipment-spedizione Panarea

Di ricerche scientifiche idrotermali alle Eolie ce ne sono in atto da anni. Diversi pool di scienziati e ricercatori hanno lavorato e condotto analisi in quei luoghi. La mia idea di esplorazione è nata al fine di realizzare il documentario “Panarea: achōristìa”, ovvero “Indivisibile”, perché volevo raccontare le bellezze della superficie attraverso i fondali marini. Ciò che noi osserviamo in superficie, nasce sott’acqua; e allora è lì che bisogna indagare. Il progetto eoliano è stato coordinato da PHY Equipment con il supporto scientifico dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e con il CNR-GEO (Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto di Geoscienze) per coniugare tre aspetti: riprese subacquee; ricerca scientifica; supporto cartografico avanzato. Le immersioni sono state svolte tra Panarea, Dattilo, Lisca Bianca, Lisca Nera, Bottaro e Basiluzzo oltre che in alcuni punti al largo di Panarea. Il nostro programma era piuttosto serrato, in mare non si sa mai quanto tempo si ha a disposizione, le condizioni possono cambiare repentinamente. Di solito effettuavamo due immersioni tecniche al giorno a profondità comprese tra 45 m e 75 m. A volte ci siamo ritrovati a effettuare anche quattro o cinque immersioni al giorno per meglio ottimizzare i tempi: in quei casi le profondità erano comprese tra 10 m e 35 m.

A bordo dell’imbarcazione A/D Lady Mari la vita era sempre dinamica: immersioni, ricariche trimix, ossigeno, pianificazioni e riprese. È stato un lavoro faticoso ma affascinante che ha coinvolto tutta la squadra. La principale difficoltà in queste operazioni è data dall’accumulo di stress, mancanza di sonno, stanchezza crescente. Quando si lavora a un progetto scientifico il tempo è sempre la risorsa più limitata. La mia squadra è stata molto efficiente. Insieme al medico iperbarico di bordo, la dr.ssa Anja Valič, avevo stabilito un rigido protocollo di procedure d’immersione, di verifica e prevenzione. La sicurezza è sempre il punto principale a cui guardare, in mare aperto soprattutto. Durante tutto il periodo della missione – l’ultima decade di luglio – non siamo mai scesi a terra. Questo significava dormire a bordo, in rada o al riparo degli scogli, dividersi su turni per governare la barca, monitorare la strumentazione e le condizioni meteo-marine che, alle Eolie, cambiano repentinamente. Il team di lavoro PHY Equipment è stato composto, oltre che da me, dalla dottoressa, medico iperbarico, Anja Valič e poi da altri due subacquei tecnici: Enrico Franchi che in aggiunta all’attività sottomarina ha contribuito alla gestione delle pratiche di superficie; e poi dal giovane, ma valido, Francesco Macchiarella che ha svolto il ruolo di cine-foto operatore subacqueo. Pianificare le riprese sottomarine significava averle progettate prima, certo restando poi l’incognita del non conosciuto. Ho lavorato al copione e allo story telling molti mesi prima di imbarcarmi e intraprendere l’avventura per mare. La seconda parte del team che ha lavorato con noi è stata composta dai membri ufficiali dell’INGV: Marco Anzidei, dirigente e subacqueo che ha collaborato attivamente con me alla riuscita del progetto; i tre bravissimi operatori venuti da Palermo, Gianluca Lazzaro, Sergio Sciré

Scappuzzo e Manfredi Longo, che hanno campionato i gas sott’acqua; e poi Isabella Munda, responsabile dell’Ufficio social media INGV. Infine, strategico è stato il ruolo giocato da Alessandro Bosman del CNR-GEO che, attraverso le sue altissime competenze in ambito di cartografia digitale, ha permesso di identificare i punti delle immersioni con la massima precisione. Mi sono chiesto cosa, in un periodo come questo in cui droni sottomarini e Rov subacquei trovano sempre più ampie applicazioni, renda ancora preferibile l’immersione umana anche in questo tipo di ricerche e la risposta è stata spontanea: “l’occhio umano”! Dietro le nostre pupille c’è un sistema nervoso eccezionale che è in grado di recepire e trasmettere emozioni. Queste, fino a oggi, sono state l’ambito della mia ricerca subacquea. Filmare o essere filmati sott’acqua è un rapporto duale, come una danza, un tango, un valzer. L’emozione che si prova di fronte alla bellezza della natura, lo stupore, il fascino discreto della novità generano sensazioni che influenzano l’atteggiamento umano nei confronti del mondo sommerso. Si tratta di esperienze multisensoriali. Osservare da vicino le formazioni di solfobatteri sul fondo di quel mare ti fa sentire al cospetto di organismi viventi d’un altro pianeta. Tocchi i colonnari di basalto tanto simmetrici da evocare manufatti artificiali e ti chiedi se siano stati opera di qualche ciclope. E poi c’è l’ascolto del respiro del vulcano: udire sott’acqua gli incredibili suoni prodotti dalle bolle delle emissioni gassose è parsa pura magia. Le macchine non sono ancora in grado di provare né di descrivere la meraviglia! I risultati scientifici della spedizione eoliana saranno divulgati attraverso una pubblicazione futura. I campioni sono ancora in fase di studio e analisi, queste pratiche richiedono tempo, meticolosità e dedizione. Fa parte del metodo scientifico. Posso però anticipare, giusto a titolo di esempio significativo, che durante un’immersione abbiamo filmato l’antica linea di costa di Panarea: si trova a oltre 1 miglio dall’attuale confine terrestre dell’isola, a poco più di 70 metri di profondità. L’isola era lì, 13.000 anni fa!

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Lavorare a questo genere di progetti è stato – ed è – entusiasmante. Sono esperienze complesse in cui si uniscono senso di avventura, ricerca scientifica, analisi strumentale e duro lavoro. La difficoltà è vedere il progetto prima che esista, poi quando inizi sei travolto emotivamente da mille spunti, idee, studi e allora saper selezionare è importantissimo. È un po’ come il lavoro dello scultore che deve saper vedere all’interno del blocco di marmo la propria statua e lui ha il compito di liberarla dal blocco di roccia. Perché lui sa che “lei” è lì dentro, da qualche parte, ad attenderlo. Ecco, io volevo raccontare la bellezza della superficie, capovolgendo il punto di osservazione, partendo dai fondali marini, cioè dai vulcani sommersi di Panarea. Il documentario “Panarea: achōristìa”, ovvero “Indivisibile”, è un progetto che non finisce con sua proiezione pubblica. Mi piacerebbe portare il progetto nelle scuole delle Eolie, della Sicilia e della Calabria perché lì si trovano le future generazioni che potranno valorizzare ciò che già gli appartiene. Noi abbiamo solo il compito di mostrare loro quelle bellezze e tramandargliele: a loro spetta il ruolo di trasformare tutto ciò in un valore, perché solo questo trascende il tempo e il durare effimero del battito di ciglia della vita umana. L’unico modo di rendere eterna la scoperta. L’idea quindi è quella di continuare a collaborare con INGV su queste tematiche, questo sicuramente il proposito. Allo stesso tempo ci sono altre ricerche scientifiche in ambito subacqueo che vorrei continuare a sviluppare: la fisiologia della decompressione e lo studio approfondito di grotte e relitti, non da un punto di vista storico ma di microbiologia.

Sto iniziando collaborazioni con altri istituti per poter raccontare sempre più in profondità la vita terrestre attraverso la conoscenza del mare.

Ed è a questo punto che mi pare opportuno coinvolgere il team con cui ho lavorato, sentendo di persona i ricercatori protagonisti esterni, quegli scienziati attori veri della collaborazione che ha portato ai risultati migliori della spedizione. Marco Anzidei, INGV, quali sono le finalità della collaborazione scientifica tra PHY Equipment e INGV per il progetto di Panarea? «Grazie alla collaborazione scientifica tra PHY Equipment e INGV per la realizzazione di un documentario sul settore sommerso di Panarea, si è avuta la possibilità di ottenere osservazioni puntuali e dirette dei fondali profondi di questa isola vulcanica ancora oggi poco conosciuta. Le immagini hanno fornito informazioni eccezionali sulla sua evoluzione geologica e vulcanologica che aprono nuovi orizzonti scientifici.»

Alessandro Bosman, CNR-GEO, qual è stato il ruolo giocato dalla cartografia digitale in questa spedizione scientifica? «L’impiego della batimetria multibeam consente la produzione di cartografia digitale ad elevata risoluzione e la ricostruzione accurata delle morfologie dei fondali marini. Tali modelli costituiscono uno strumento essenziale per l’analisi dei processi geomorfologici e per il monitoraggio dei lineamenti vulcanici attivi, con particolare riferimento alla valutazione dei rischi geologici marini connessi.» Operatori INVG Palermo, quali indagini strumentali sono state condotte sul fondale di Panarea e poi a bordo della Lady Mari?

«Sono state condotte indagini geochimiche e prelevati campioni di fluido, ovvero gas e acqua termale dalle emissioni sottomarine. Lo scopo è quello di analizzare la composizione chimica e isotopica dei fluidi al fine di monitorare lo stato di salute e di attività del campo idrotermale del vulcano Panarea interpretando i “messaggi” che il sistema invia dalle porzioni più profonde della camera magmatica di alimentazione, fornendo dati fondamentali per la valutazione della pericolosità vulcanica e la tutela del territorio».

*Esploratore e ricercatore subacqueo, s’immerge in acque marine e lacustri prediligendo relitti, grotte e miniere allagate

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