L’ex Pm Musco ricorre alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: “Sentenza emessa in violazione del principio di legalità”

L’Odissea giudiziaria del magistrato Maurizio Musco, avvolge il caso nella rovesciamento giuridico elevato dalla rappresentanza della difesa dall’ex magistrato Marcello Maddalena, che conferma le storture nell’applicazione del diritto in Italia. Tutto si basa su una sentenza della stessa sostanza giuridica della Corte di Cassazione, a sezioni unite, che aveva stabilito che il pm non ha l’obbligo di astensione nei procedimenti penali in cui l’imputato sia difeso da un avvocato col quale lo stesso magistrato intrattiene rapporti d’amicizia. E infatti, proprio sulla base di quella stessa sentenza della suprema corte, la precedente commissione disciplinare del Csm aveva assolto l’allora sostituto procuratore Maurizio Musco dall’addebito di avere diretto le indagini contro imputati assistiti dall’avvocato Piero Amara con il quale intratteneva rapporti di amicizia.

Ma nei giorni scorsi, invece, le Sezioni unite della Cassazione, nel rigettare il ricorso di Maurizio Musco, hanno mutato indirizzo già sancito dalla Suprema Corte, stabilendo che il rapporto di amicizia tra avvocato e magistrato comporta, per quest’ultimo, l’obbligo di astenersi nei procedimenti in cui le parti siano assistite dall’avvocato/amico.

Nella buona sostanza, le sezioni unite della Corte di Cassazione hanno rigettato il ricorso avanzato dall’ex pm di Siracusa Maurizio Musco, confermando, in via definitiva, la destituzione proposta, nel giugno dello scorso anno, dalla commissione disciplinare del Csm, per non essersi astenuto da un’udienza in cui l’imputato era assistito da un avvocato col quale aveva un rapporto di amicizia. La sentenza è stata emessa il 3 settembre dopo un lungo iter nel corso del quale Musco aveva impugnato la decisione dello stesso Csm ritenendola inspiegabile in quanto, in precedenza, la stessa sezione disciplinare del Csm lo aveva assolto da identiche contestazioni relative ai rapporti di amicizia intercorrenti con l’avvocato Piero Amara.

Sentenza che è stata accolta con tanto stupore negli ambienti giudiziari, non solo perché è il primo caso in cui un magistrato era stato rimosso per una mera omessa astensione, ma anche perché mai, sul piano disciplinare, era stato contestato al magistrato Musco di avere arrecato vantaggi a sé o ad altri o danno ad altri, tanto meno agli assistiti dell’avvocato Amara.

Musco fu dapprima trasferito da Siracusa alla Procura di Palermo, quindi è tornato a Siracusa prima di essere nuovamente trasferito alla Procura di Sassari, dove ha prestato servizio fino a qualche giorno fa.

L’interessato ha preferito non commentare l’epilogo. Si è limitato, sarcasticamente, a citare Charles Dickens “Conosco abbastanza il mondo da aver ormai quasi perso la capacità di essere sorpreso da qualcosa” – annunciando che ricorrerà alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo perché “la sentenza è stata emessa in violazione del principio di legalità”.

Quale riflessione suscita questa storia, con lo sguardo anche ai problemi attuali che caratterizzano e affliggono la magistratura (vedi il caso Palamara), quando una lucente e chiara sentenza della stessa sostanza giuridica della Corte di Cassazione, a sezioni unite, stabilisce che il pm non ha l’obbligo di astensione nei procedimenti penali in cui l’imputato sia difeso da un avvocato col quale lo stesso magistrato intrattiene rapporti d’amicizia. Alla fatta dei conti, almeno in questo specifico contesto, l’accusa si è rivelata debole dalla Suprema Corte.

Punire tutti i giudici e i magistrati che non si sono astenuti nei processi in presenza di avvocati e amici indagati, non è un complementare particolare, ma costituisce un nodo slegato dalla realtà nelle controversie del conflitto in atto tra la magistratura e la politica, con ricadute pesanti sulla legittimazione dell’organo costituzionale di governo dei magistrati, quando vengono a conoscenza di “amicizie ravvicinate” e si astengono dall’affrontarlo.

Concetto Alota

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