Il Cavalier Serpente N° 527 – Momenti di stupore

Oggi, ultimo giorno di aprile, dopo aver ben mangiato e ben bevuto in terrazza da amici, decidiamo di perfezionare la giornata con qualcosa di culturale.

Le cinque del pomeriggio: l’ora giusta per il primo stupore, che è di tipo magico. Il sole è già abbastanza basso dietro l’abside di S. Maria in Campitelli: siamo pronti per il miracolo barocco. Entriamo in una grande navata tutta bianca e grigia, con sul fondo il trionfo d’oro dell’Altare Maggiore.

E’ così ricco che sbalordisce; questo è sempre il fine della scenografia barocca: sbalordire. Ma noi stiamo parlando di stupore: vogliamo di più. E allora avviciniamoci all’altare, e quando siamo a pochi passi alziamo lo sguardo: in alto, proprio sopra l’arco dell’abside c’è una finestra ovale che, se uno non sa, neanche la nota.

Invece il miracolo sta proprio lì. L’abside è orientata verso il tramonto. In quella finestra c’è un’apertura nella quale sono murati, in croce, due frammenti di una colonnina tortile romana. Il sole che cala penetra l’alabastro di cui sono fatti; poi, mentre scivola lungo le scanalature, aggiunge fiamma e oro al translucore del marmo e provoca questa che davvero è magia, perfino per noi che sappiamo tutto sull’illuminazione elettrica.

Figurarsi l’impressione su un ingenuo fedele di quattrocento anni fa abituato al massimo a un mozzicone di candela.

Rimaniamo pure a Piazza Campitelli, entriamo alla Galleria Mattia De Luca dove si inaugura la mostra: “Il tempo sospeso”, ed ecco, dopo il precedente ribollire di splendore barocco, arriva il secondo stupore, che è di tipo moscio.

Le bottigliette monocrome e monotone di Morandi!

Siamo consapevoli del baratro nel quale stiamo per essere precipitati da tutti coloro che considerano quello di Giorgio Morandi un “nome gigantesco dell’arte italiana tanto noto quanto amato…che porta a quelle al tempo stesso rarefatte e solide, delicate e forti composizioni di oggetti tra i più banali e umili della quotidianità” (parole della presentazione).

Da sempre per noi (ecco di cosa ci stupiamo, sentendo in ogni caso il bisogno di ribadire il nostro rispetto per la scelta dell’artista, per la reazione della critica e per l’universale amore del pubblico) guardare una natura morta di Morandi provoca l’appiattirsi di qualsiasi emozione, sostituita dalla noia di osservare (non vitalizzati da subbuglio artistico) la rappresentazione, a nostro parere “banale e umile”, di quegli “oggetti tra i più banali e umili della quotidianità” come li descrive il testo.

Probabilmente abbiamo torto a non capire l’artista e a non condividerne l’universale successo, e, ripetiamo, ci stupiamo della nostra incapacità; ma forse potremmo anche avere ragione.

Per fortuna, “De gustibus…”

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