Siracusa – Morti per covid, nella maxi inchiesta c’è anche il caso della collaboratrice di Rizzuto

C’è anche il caso di Silvana Ruggeri, la cinquantaduenne funzionaria del museo Paolo Orsi, tra quelli al vaglio della Procura aretusea, che sta coordinando la maxi inchiesta sulle morti da covid e sui contagi avvenuti lo scorso anno negli ospedali della provincia, con particolare riferimento all’Umberto primo. Ruggeri era collaboratrice del direttore del parco archeologico di Siracusa, Calogero Rizzuto, morto di covid il 23 marzo dello scorso anno, e anche lei aveva contratto il virus ed era deceduta all’ospedale Umberto primo, due giorni dopo la scomparsa di Rizzuto. Sono una decina, in tutto, gli episodi sui quali la magistratura vuole vederci chiaro e per i quali l’attività d’indagine ha prospettato un profilo di responsabilità penale.

Il pool di magistrati, composto dai sostituti procuratori Andrea Palmieri, Gaetano Bono ed Enea Parodi, voluto dal procuratore capo Sabrina Gambino, ha ricevuto il carteggio relativo alla consulenza medico-legale, disposta per i casi emersi a seguito di numerosi esposti depositati in Procura. L’esito della consulenza, se è nota per quanto attiene la vicenda di Rizzuto, essendo stata trasmessa anche alle parti in causa, non è stata, però, ancora comunicata ai legali delle persone offese. La Procura mantiene, quindi, lo stretto il riserbo sul contenuto degli esami e sul contenuto delle cartelle cliniche e della documentazione sanitaria che riguarda le vittime di Covid, riservandosi di farlo al completamento delle articolate indagini che vedono iscritti al registro degli indagati decine fra medici e operatori sanitari.

Gli inquirenti hanno ipotizzato, a vario titolo, i reati di omicidio colposo e lesioni colpose per un’inchiesta che è ancora tutta in itinere. Ognuno dei magistrati ha il suo carico di lavoro con tanti fascicoli sulle scrivanie, studiati i quali, trarranno le conclusioni. Tra i casi posti all’attenzione della magistratura, i legali delle parti offese ipotizzano errori nell’erogazione delle terapie anticovid, cartelle cliniche manomesse, ritardi nell’esecuzione di tamponi e, quindi, nella diagnosi tempestiva del covid, rappresentano i principali capi d’accusa nei confronti degli indagati. Tra i casi, oggetto di approfondimento giudiziario, quello di un 72enne che, al suo ricovero in ospedale, avvenuto il 25 marzo dello scorso anno, era stato sottoposto a una Tac il cui esito aveva indotto i sanitari a somministrare al paziente un certo tipo di terapia per accorgersi, dodici giorni più tardi, all’esito di una nuova Tac, che quella terapia era errata: verifica strumentale troppo tardiva per salvare il paziente, che nel frattempo, è deceduto a causa del virus che aveva compromesso irrimediabilmente i polmoni.

Come nel caso di Calogero Rizzuto, anche per quello della sua collaboratrice, Silvana Ruggeri, c’è il dubbio che se il tampone fosse stato fatto prima, la febbre che accusava la donna sarebbe stata più in fretta associata alla diagnosi da contagio da covid e, quindi, sarebbero scattati molto prima il ricovero in ospedale e, soprattutto, e cure specifiche.

A onor di cronaca, c’è da dire che i casi su cui sta lavorando la Procura si sono verificati in un periodo in cui si cominciavano a registrare i primi casi di contagio da covid non solo nel nostro territorio ma in tutto il mondo. Inevitabile, quindi, la confusione nel trattamento dei casi, l’impreparazione nell’accogliere i pazienti positivi che entravano in contatto con personale sanitario ed altri pazienti, provocando focolai di contagio diffuso nei luoghi di cura e nei reparti, alcuni dei quali sono stati chiusi per la sanificazione, o, addirittura, trasferiti. Anche l’approccio terapeutico al covid era, per certi versi, approssimativo con protocolli che mutavano nel giro di pochi giorni finché non si è compreso che alcuni tipi d’intervento terapeutico anziché giovare al paziente ne aggravavano la patologia fino alle estreme conseguenze. I diretti interessati hanno sempre eccepito che si limitavano ad eseguire direttive piovute dall’alto che, in assenza di controdeduzioni, dovevano essere applicate in quel periodo in cui molto poco si conosceva del virus, i vaccini erano ancora allo studio, e l’organizzazione degli ospedali non prevedeva la distinzione tra reparti covid e non covid,

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