Sicilia. Piano regionale tutela dell’aria: gli industriali sfoderano la spada del ricatto occupazionale

Gli industriali ancora una volta vanno all’attacco del Piano regionale di tutela della qualità dell’aria, utilizzando senza alcuna difficoltà il ricatto della chiusura degli impianti e della conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. Uno strumento essenziale per la pianificazione degli interventi organici sui settori responsabili di emissioni di inquinanti, approvato dalla Giunta della Regione Siciliana nel luglio del 2018; è davvero importante per l’attuazione delle misure previste con la finalità del miglioramento della qualità dell’aria, considerato l’aggressività e la spavalderia finora consumata, senza alcuna possibilità di frenata da parte delle lobby della chimica e della raffinazione. Nemmeno la mano ferma della Giustizia è riuscita a condizionare il fenomeno dell’inquinamento selvaggio; giorno e notte senza regole la puzza e i miasmi irrompono nella vita delle famiglie dei comuni di Priolo, Melilli, Augusta e la parte nord del capoluogo, Siracusa.

Le fonti dell’inquinamento da tenere sotto osservazione, sono: il traffico veicolare, i grandi impianti industriali, le fonti dell’energia, gli incendi boschivi, i porti, i rifiuti d’ogni genere e natura. E questo per migliorare la qualità dell’aria in tutta la Sicilia, ma in particolare sui territorio in cui insistono aree urbani nei pressi delle industrie, come la zona industriale di Priolo, Melilli, Augusta, che risulta tra le più avvelenate e dove si registrano lamentele da parte della popolazione residente e continui superamenti dei valori limite previsti dalla normativa, oltre ai continui fuori servizio con colonne di fumo nero e puzza nauseabonda, mentre certi sindaci della zona industriale giocano a fare i pesci in barile, a scapito dei residenti.

Il 21 Ottobre 2019, è stato presentato alla Camera dei Deputati il primo Rapporto Ispra sul Danno ambientale in Italia (2017-2018). Per la prima volta è stato corredato un resoconto nazionale delle istruttorie tecnico-scientifiche per danno ambientale aperte da ISPRA e da SNPA nel biennio 2017-2018 su incarico del Ministero dell’ambiente. L’ing. Salvo Caldara di Arpa Sicilia ha presentato le attività del Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell’Ambiente,  spiegando in particolare come avvengono gli accertamenti di danno a livello locale grazie alla rete operativa dei tecnici. (vedi slide Primo Rapporto ISPRA sul Danno Ambientale – Le attività in ambito SNPA).

Degli oltre 200 casi segnalati all’Istituto dal Ministero dell’ambiente, nel 2017-2018 sono state aperte 161 istruttorie di valutazione del danno ambientale grazie alle verifiche operate sul territorio da SNPA: 39 per casi giudiziari (sede penale o civile), 18 per extra-giudiziari, 104 istruttorie per casi penali in fase preliminare (nei quali l’accertamento del danno è ancora a livello potenziale).

La Sicilia è la regione dove sono state aperte più istruttorie (29), seguita da Campania (20), Lombardia (14) e Puglia (13). Le attività che potenzialmente possono portare a danno ambientale sono risultate soprattutto quelle svolte dagli impianti di depurazione e di gestione dei rifiuti, dai cantieri edili e di realizzazione delle infrastrutture, dagli impianti industriali.

Un danno ambientale, con un deterioramento significativo e misurabile, provocato dall’uomo, ai suoli, alle specie, agli habitat e alle aree protette, alle acque superficiali, fiumi, laghi, mare e sotterranee. Di questa tipologia di deterioramento o minaccia, l’Ispra ha accertato 30 casi in 12 regioni italiane: si tratta di 22 procedimenti giudiziari (penali e civili) e 8 casi extra-giudiziari, iter iniziati su sollecitazioni giunte dal territorio e al di fuori di un contesto giudiziario.

Le industrie sanno che la crisi economica in atto e l’insufficienza del denaro ci condizionano fino a disintegrare la più remota cellula della nostra mente; ma in questa rocambolesca situazione di soverchieria con decisa volontà di vincere ancora una volta sulla popolazione ricattata e stremata con il beneplacito della politica “comprensiva”, lo sguardo intorno al petrolchimico è spettrale, e non è solo quello del profondo baratro in cui siamo precipitati per nostra volontà diffusa sognando l’Eldorado, senza ammetterlo, ma nella totale separazione dalla realtà che ci circonda e il destino di finire tutti malati cronici in una follia dettata dalla reale condizione del ricatto.

Questa crisi economica e sociale creata da un virus, globalizzante e universale, ben radicata, creata dalla maligna mente degli uomini che hanno approfittato dell’occasione contro altri uomini, sarà difficile da estirpare, da vincere, ma riflette soprattutto dove abbiamo nascosto e dove sono andati a finire i valori fondamentali dell’uomo sapiente dissolti così nel nulla, andati in crisi; ci manca quello che per tanti anni abbiamo considerato il dio sulla terra e che oggi odiamo perché non possediamo in sovrabbondanza: il denaro. Ci siamo dentro la grande crisi, la viviamo e la subiamo. È la morte dell’anima. Il dilagare di episodi raccapriccianti, il verificarsi di situazioni contrarie alla morale e alla natura stessa dell’uomo e il ritorno alla violenza sociale, è la cronaca di tutti i giorni e, nostro malgrado, abbiamo imparato a conviverci nascondendo la verità a noi stessi.

Sono scomparsi quei “freni comportamentali” che rendevano l’individuo capace di emarginare il “male”, favorendo il bene, l’etica, il rispetto, l’educazione e il buon senso, la ragione, l’onore. Viviamo immersi in una realtà che vede allargarsi a macchia d’olio abominevoli reati, consumati sia sulla strada, che entro le mura domestiche, pedofilia, perversione, satanismo, volgarità diffusa, violenza massiccia a tutti i livelli, cattiveria e malignità, corruzione diffusa. Siamo diventati selvaggi. Senza regole. Senza amore. Senza un cuore capace di emozioni. Senza più il fratello Prossimo. Siamo morti dentro e vigliacchi fuori. Siamo oggi il sottoproletariato di una società scomparsa in poco tempo. Siamo nel cimitero dei viventi, senza emozioni per vivere la vita da esseri umani, dove invece, uomo mangia uomo.

Si dimentica volontariamente che in Sicilia insiste un’alta percentuale di siti industriali di raffinazione. Uno scenario preoccupante tracciato troppe volte in particolare; è stato riscontrato attraverso diversi studi la presenza dei metalli pesanti nel corpo umano.

Secondo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano “La Sicilia”, anche nell’Isola gli studi effettuati tracciano un quadro desolante. “I risultati che abbiamo in nostro possesso – spiega il dott. Giuseppe Sidoti, andrologo ed endocrinologo del Garibaldi centro – riguardano uno studio che ha analizzato i parametri seminali in tre differenti aree: quella industriale di Melilli, l’area rurale di Regalbuto e infine la città di Catania. Quella industriale di Melilli è risultata altamente tossica soprattutto per metalli pesanti e Pcb (gli idrocarburi aromatici)”.

E mentre in tutto il mondo si cercano nuove soluzioni per la realizzazione delle raffinerie del futuro a basso impatto ambientale, nel petrolchimico siracusano gli industriali cercano espedienti per sfuggire alla morsa delle regole della civiltà moderna, verso la riduzione dell’inquinamento che uccide silenziosamente nell’indifferenza di chi si sente il padrone del “vapore” con la complicità della politica “guastata” e di certa stampa silenziosa e accomodante.

Concetto Alota

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